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mercoledì 24 aprile 2013

Questione di Abito

Sembra che ci siamo quasi. Ancora qualche giorno e il Governo che aspettiamo da due mesi - dalle elezioni di fine febbraio e dopo il passaggio, per molti versi drammatico, dell’elezione del “nuovo” Presidente della Repubblica – dovrebbe finalmente veder la luce a breve.
Non sappiamo ancora quanto nuovo esso sarà e neppure se per la sua composizione si farà ricorso, e in quale misura, al cosiddetto ”usato sicuro”, oppure si perverrà a un equilibrio tra le diverse componenti di esperienza e innovazione, di politici e di tecnici. Ma lo sapremo presto.

Winston Churchil con Franklin D.  Roosevelt

Il punto, tuttavia, non è rappresentato dall’abito che il nuovo governo vestirà, quanto piuttosto dalle decisioni che sarà in grado di assumere e dalle scelte e dagli indirizzi che sarà in grado di adottare e perseguire.

Per meglio chiarire tale concetto, ricordiamo una vecchia, ma sempre attuale, storiella, peraltro fondata su verità certe, tanto amata dagli anglosassoni e non solo.
In tempo di elezioni si presentano tre candidati dei quali si conoscono alcune caratteristiche salienti. In particolare, del candidato A si sa che ha un sodalizio felice con politici disonesti, che si consulta regolarmente con un astrologo, che ha avuto almeno due amanti, che è un fumatore accanito e che beve otto o anche dieci cocktail Martini al giorno.
Adolph Hitler
Del Candidato B si sa che in gioventù ha consumato molto oppio, che è stato sollevato ben due volte da incarichi di responsabilità (politica), che usa dormire fino a mezzogiorno e che ogni sera beve fino ad un litro di whisky.
Infine, del Candidato C si sa che è un rigido vegetariano, non fuma, raramente beve una birra e non ha mai tradito la moglie.
Sarà impossibile che tali candidati faranno parte del nascendo governo italiano, tuttavia, per pura informazione, si sappia che il candidato A è Franklin D. Roosevelt, il candidato B è Winston Churchill, il candidato C è Adolph Hitler.
Insomma, una volta di più, non è questione di abito...

sabato 13 aprile 2013

Cent'anni, ma sembra oggi

Ricorre proprio in questi mesi il centesimo anniversario – un secolo – dell’alleanza tra i liberali di Giovanni Giolitti e i cattolici dell’Unione Elettorale Cattolica di Vincenzo Gentiloni.
Agli inizi del ‘900, nonostante fossero passati diversi decenni dalla “presa di Roma”, vigeva ancora il “non expedit” (non è conveniente, non è opportuno) di Pio IX che impediva ai cattolici di partecipare attivamente alla vita politica italiana. Anche quegli anni, tuttavia, erano intensi e complessi tanto che i cattolici vicini a Gentiloni vedevano di buon occhio un’alleanza con i liberali di Giolitti, al fine di contrastare l’avanzata socialista, marxista e anarchica. Lo stesso Pio X sembrava favorevole a tale orientamento che, peraltro, ben si inseriva nel solco da lui stesso tracciato solo pochi anni prima e culminato nella scomunica del “modernismo” attraverso l’enciclica Pascendi dominici gregis.
Giovanni Giolitti
ha dominato la scena politica italiana per quasi trent'anni 
Da parte sua, Giolitti doveva ricambiare ai socialisti l’appoggio ricevuto in occasione della guerra contro la Turchia per la conquista della Libia e, infatti, fece approvare la concessione del suffragio universale maschile, introdotto con una apposita riforma del sistema elettorale: sembrava che ci fossero tutte le premesse perché nelle imminenti elezioni i socialisti di Leonida Bissolati potessero vincere e conquistare il governo del paese.

In tale contesto maturò l’alleanza tra Giolitti e Gentiloni – tra liberali e cattolici – per conservare il governo del paese e bloccare sul nascere ogni ambizione governativa dei socialisti.
Il partito liberale mise a disposizione dei cattolici un numero significativo di collegi “sicuri”. Nel contempo, a Vincenzo Gentiloni fu consentito di verificare che i candidati liberali promettessero di fare propri i valori "irrinunciabili" e, parallelamente, di negare il proprio sostegno a leggi ritenute antitetiche. L’alleanza, peraltro, era facilitata dal sistema elettorale che, basato sull’uninominale maggioritario, affievoliva il vincolo di appartenenza a un partito, consentendo ai candidati di sottoscrivere l’«Eptalogo» - i sette punti irrinunciabili - che permetteva anche ai candidati liberali di assicurarsi il voto cattolico.
Papa Pio X
 favori' l'ingresso dei cattolici nella politica italiana
Ma quali erano tali sette punti da sottoscrivere? La difesa delle garanzie in tema di libertà di coscienza e di associazione; la salvaguardia dell’istruzione privata (cattolica), anche in presenza del pur necessario incremento dell’istruzione pubblica; garanzia dell’insegnamento religioso anche nelle scuole pubbliche; assoluta opposizione al divorzio; uguaglianza delle organizzazioni economiche e sociali, indipendentemente dai principi sociali o religiosi che le ispiravano; graduale riforma degli ordinamenti tributari e di giustizia nei rapporti sociali; politiche di sostegno alle forze economiche atte a incrementare l’influenza italiana sulla scena internazionale.

Il “Patto”, va sottolineato, fu concluso in maniera informale, tanto che, di fronte ad accuse di aver "ceduto" ai cattolici, Giolitti arrivò a negare l’esistenza del patto stesso che, comunque, risultò non accetto tanto alle correnti più liberali dei giolittiani quanto a taluni cattolici, come ad esempio don Sturzo, che ritenevano i tempi ormai maturi per una partecipazione piena dei cattolici alla vita politica attraverso un proprio partito cattolico.
I risultati delle elezioni del 1913 diedero ragione al Patto: i liberali raccolsero il 51 % dei suffragi, vedendo eletti 260 parlamentari, di cui ben 228 avevano sottoscritto l’Eptalogo”. I socialisti videro aumentare la propria rappresentanza parlamentare ottenendo 58 seggi meno, quindi, dei 78 radicali ma più dei 34 cattolici, dei 21 riformisti e dei 5 nazionalisti.
Era nata la “convergenza” tra il movimento risorgimentale e la corrente cattolica: fatti di cento anni fa, ma sembra di leggere i giornali di oggi.

domenica 24 febbraio 2013

Viaggio Elettorale

Lo si può dire in serenità: non e' stata una bella campagna elettorale, nonostante l'importante dispiegamento di guru della comunicazione (perfino da Oltreoceano), di scienziati delle rilevazioni demoscopiche, di maghi dei nuovi media sociali. Ma in quanto a uomini, idee e programmi per far fronte alle preoccupazioni di oggi e delineare le soluzioni per il domani, francamente...
Questa campagna elettorale invernale per certi versi ricorda quel difficile ballottaggio del gennaio 1875 che vide protagonista, nel collegio di Lacedonia, Francesco De Sanctis, l’autore della pregevole prima “Storia della Letteratura Italiana”. 
Francesco De Sanctis, autore di "Un Viaggio Elettorale"
Già Ministro (Pubblica Istruzione con Cavour e Ricasoli), proprio a seguito del suo impegnativo “viaggio elettorale” del 1875, Francesco De Sanctis ci ha lasciato una sensibilissima testimonianza sull’esperienza e sugli affanni del candidato, sugli intrighi e i dubbi della campagna elettorale: un  quadro privilegiato della coscienza umana e politica.
Il candidato De Sanctis si inerpica lungo sentieri di fango, alla ricerca di paesi nascosti dalla nebbia e sommersi dalla pioggia, ove si scontra con una realtà sociale ancorata a convinzioni passate e restia a qualunque innovazione, dove politici di dubbia serietà si spartiscono la “cosa pubblica”. Nei diversi comuni del collegio (Rocchetta ”la poetica”, Bisaccia “la gentile”, Calitri “la nebbiosa”, Andretta “la cavillosa”) egli spiega quanto sia necessario superare le esasperazioni localistiche, causa di ‘guerricciole’ e gelosie che facilmente degenerano nel pettegolezzo. Intuisce perfino l’esigenza di superare i partiti personali - vere e proprie malattie sociali - e spinge le comunità e la gente onesta ad abbandonare il fatalismo e procedere verso una più elevata educazione politica. Siamo nel 1875!
Straordinaria la descrizione dei personaggi. Fabio Rollo è un telegrafista di Bisaccia, reduce della battaglia di Custoza del giugno 1866. “Mi parve uno degli uomini più serii che avessi conosciuto. – dice De Sanctis - Notai una tranquilla moderazione di giudizi e di parole, che è il segno dell’umiltà. Avevo innanzi, un carattere...”. E ancora: «Fabio era lì in piedi dietro una siepe di uditori, non esitò, non ebbe il menomo imbarazzo. Venne dritto a me e mi strinse la mano, e sentii che acquistavo un amico, di quelli che non si dimenticano mai».
Copertina del "Viaggio Elettorale" di De Sanctis
 A Calitri, invece, De Sanctis incontra il Tozzoli, giovine di sinistra, “cioè quella sinistra del ‘65, composta il più di ricchi proprietari, e di notabili locali, che gittarono già la così detta consorteria e vennero al parlamento a protestare contro la cattiva amministrazione”. Ma evidentemente De Sanctis a tali personaggio preferisce l’atteggiamento di serietà di alcuni popolani che “stavano lì ritti sulla piazza con una gravità di senatori romani”.
 Il viaggio poi continua ad Andretta “la cavillosa”, cosi’ qualificata da alcuni, scrive De Sanctis, “a cagione delle proteste fatte nel ballottaggio, che rivelavano a gran distanza un sottile spirito avvocatesco”.  
Altri personaggi affollano il quadro senza tempo che è il “viaggio elettorale”. Il “signor cognato giunto da Avellino, alla vigilia del voto, quel bonomo che ha votato e voterà per l’avversario malgrado nel salotto di casa Mauro avesse lasciato pensare nel contrario”. Oppure, per mediocrità morale, il vescovo Fanelli, così come il prete Pasquale Berrilli, ‘uno dei più caldi avversarii’ che non volle andare ad incontrare De Sanctis in quanto sostenitore del candidato Soldi. E, ancora, lo scaltro avvocato Camillo Miele di Andretta, rappresentante mirabile del sofista che tuttora popola la provincia italiana.
Francesco, nella sua analisi sociale, non nasconde neppure i suoi ricordi personali: l’incontro con i familiari (la zia Teresa, il nipote Aniello, il fratello Vito) e l’emozione di ripercorrere le strade di Morra Irpino, così ricche di ricordi della giovinezza (“quante volte avevo fatta quella via nella prima età, andando e tornando, il capo pieno di grammatica e di retorica”). Ma davvero speciale è quanto accade a Rocchetta (“la poetica”) in cui trovò “vedova quella Luisa Bizzarri di Lacedonia, amata a sedici anni, e ora madre di Giuseppe Castelli, giovanissimo sindaco del paese e sua fervente seguace”.
Non sembra che l’Italia sia cambiata in maniera profonda rispetto al “Viaggio Elettorale” di De Sanctis. Sarebbe, tuttavia, interessante cogliere le differenze intervenute attraverso il diario di un candidato alle elezioni di oggi. Per lo meno avremmo il nuovo De Sanctis!






mercoledì 26 settembre 2012

Il Governo dei Banchieri


Sovente il Governo Monti viene definito “governo dei banchieri”, certamente a causa di qualche  misura adottata dall’Esecutivo, ritenuta piuttosto “sensibile” nei  riguardi di taluni interessi propri del mondo delle banche,  ma soprattutto per le esperienze importanti maturate nel sistema bancario italiano ed internazionale da parte di diversi membri del Gabinetto. 

Il Gabinetto Monti
Lo stesso presidente Mario Monti ha collaborato con la Goldman Sachs, il Ministro per lo Sviluppo Economico Corrado Passera ha dedicato energie importanti alla Banca Intesa San Paolo, la medesima banca ove, fino al giorno della nomina a Ministro del Lavoro, ha seduto quale vice presidente del Consiglio di Sorveglianza anche Elsa Fornero. Inoltre, anche il Ministro dell’Economia Vittorio Grilli ha avuto un passaggio al Credit Suisse, mentre vanta un’esperienza in Unicredit il Ministro per gli Affari Regionali Piero Gnudi, per concludere con i numerosi incarichi ricoperti in diverse istituzioni bancarie italiane dal Ministro per i Rapporti col Parlamento Piero Giarda.
Al di là di un forse non secondario aspetto lessicale,  non sembra esser questo il punto. L’Italia ha eccelso per secoli nel mondo bancario, anzi è condivisa l’idea che la banca moderna sia un’invenzione italiana (toscana o veneziana?) e straordinarie sono state alcune famiglie di banchieri: quella dei Medici di Firenze sopra tutte.
I Medici governarono buona parte della Toscana per ben oltre due secoli. A volte eccedettero in dispotismo (secondo i modelli del tempo) ma certamente con un effetto “illuminato” per Firenze. Godettero di un forte sostegno popolare (per due volte, a causa di  guerre intestine, furono espulsi da Firenze e per due volte vi rientrarono da vincitori),  donarono alla Città  benessere e sviluppo, furono mecenati di arte e cultura. 
Lorenzo il Magnifico
I Medici seppero coniugare un saggio esercizio del potere ed uno straordinario sviluppo economico con un ancora ineguagliato primato nell’arte e nella cultura, facendo della Firenze del loro tempo la culla del Rinascimento, riuscendo ad apportare prestigio economico e culturale alla città che, infatti, divenne meta assai ambita di artisti di ogni campo, sempre di valore assoluto.
Benozzo Gozzoli ritrae gli esponenti della famiglia Medici nel “Viaggio dei Magi”, sontuoso ciclo di affreschi nella cappella del Palazzo nuovo di via Larga: travestiti da Magi, cavalcano fieri e lenti attraverso l’originario Mugello,  rappresentando e indicando il loro stretto legame con il territorio e l’impegno per il buon governo.
Lorenzo il Magnifico - le cui doti di equilibrio e saggezza ne fecero il punto di riferimento dell’equilibrio italiano di quegli anni turbolenti - è forse il rappresentante del Medici più noto, ma la famiglia ha espresso ben due Papi (Leone X, figlio proprio di Lorenzo il Magnifico, e Clemente VII, pronipote dello stesso Lorenzo), donne quali Caterina (“la donna più colta dell’Europa del suo tempo”, quella che fece celebrare un Te Deum di ringraziamento dopo l’eccidio della “notte di San Bartolomeo”) che fu moglie di un re di Francia e madre di ben tre re di Francia e, poi, innumerevoli cardinali, uomini d’arme (Giovanni dalle Bande Nere), e tanti banchieri, mercanti ed imprenditori che hanno fatto grande l’Italia e segnato per davvero la loro epoca.
Appare, dunque, impropria l’equiparazione del governo dei nostri grigi giorni ad esempi ancora ineguagliati di primati in ciascun campo. Non si capisce chi possa esser il Lorenzo il Magnifico, e nemmeno la Caterina o il Giovanni dei nostri giorni. E, forse, non solo per la mancanza di un ciclo di affreschi alla Benozzo Gozzoli…



domenica 27 maggio 2012

L’Ultima Religione


Lo ammetto: non è stato agevole, per me romanista, assistere alla (bella) partita tra la nazionale Indonesiana e l’Inter, la mitica F.C. Internazionale.
Oronzo Pugliese, iconico allenatore degli anni '60
Sono diventato romanista a meno di dieci anni, quando mio padre mi presentò, in casa di amici, un signore che subito si era dimostrato affettuoso nei miei confronti: Oronzo Pugliese, iconico allenatore di calcio degli anni ’60, quello che con un “piccolo” Foggia, il 31 gennaio 1965, inflisse una “storica” sconfitta all’Inter campione del Mondo del “Mago” Helenio Herrera (io c’ero: 3 a 2, gol di Lazzotti e doppietta di Cosimo Nocera per annullare i gol di Peirò e Suarez!). Peraltro, non molti sanno che tale vittoria, in mattinata, era stata preannunciata a Helenio Herrera da Padre Pio: “oggi a Foggia perderete , ma poi vincerete il campionato”.
Oronzo Pugliese, profeta ante litteram del calcio moderno, poco dopo l’incontro che mi folgorò, lasciò il Foggia delle meraviglie per approdare alla Roma - non ancora “magggica” - determinando l’avvio della mia condizione di tifoso della Roma.
E come può esser dura la condizione del tifoso, pronto ad esaltarsi per una vittoria, magari striminzita ma di alto valore simbolico, poi afflitto da depressione nel caso di sconfitta, soprattutto se cocente non per il risultato ma per l’autore del ‘maltolto’.
Yanto, giovane professionista indonesiano
tifoso interista da quattordici anni

E poi i riti, le beffe, le gioie, le amarezze, le consolazioni, le vittorie! Chi non vive la condizione del tifoso non riesce a comprendere i turbamenti profondi o i momenti di elevata esaltazione che la propria Squadra riesce a donare o infliggere. “Cambia squadra!” mi suggeriva una persona a me cara quando mi vedeva triste dopo una sconfitta, dimostrando in tale affettuosa consolazione tutta la propria lontananza dall’essere del tifoso. E ho rivisto l’essenza del tifoso in Yanto, proprio nello stadio Bung Karno di Jakarta durante la partita Indonesia Inter. Yanto, un giovane professionista indonesiano, fervente tifoso nerazzurro (chissà poi perché, lui di Jakarta, tifoso dell’Inter da oltre 14 anni). Era allo stadio con il perfetto armamentario del supporter: maglietta (di Zanetti), sciarpa, cappello nerazzurro a bombetta, perfetta conoscenza di cori e gesti e, soprattutto, di ogni giocatore (nome e cognome, numero di maglia, esperienze più recenti, etc.). 
La "Curva" interista allo stadio Bung Karno di Jakarta
 Aveva il sogno di incontrare di persona alcuni calciatori, ma sopratutto Milito, ed era andato al mattino nell’albergo ove la squadra era scesa. Aveva preso la colazione proprio lì nella speranza di incontrare i suoi beniamini che, invece, conducevano vita “appartata”, relegati in due piani dell’albergo stesso. Ma un addetto alla sicurezza gli aveva suggerito di provare alla pasticceria ove Milito avrebbe poco dopo acquistato dei dolci. E, infatti, l’incontro è avvenuto, ma senza ottenere l’agognato autografo. Yanto soffriva allo stadio, si sgolava con i cori in perfetto italiano, non sopportava che l’Inter soffrisse l’Indonesia, la nazionale, dopo tutto, del suo Paese (e, a differenza della gran parte degli spettatori, me compreso, non ha esulato ai due gol dell’Indonesia!). Ma poi ecco finalmente le doppiette di Coutinho e di Pazzini, ma non il gol del “suo” Milito. Comunque l’Inter trionfa 4 a 2! Yanto mi esprime tutta la sua felicità: Yes, I am happy!!!
Certo la nostra epoca presenta a volte aspetti di vera schizofrenia: ci vantiamo della flessibilità massima, siamo orgogliosi del nostro esser ghibellini e alieni dai credi, riusciamo a cambiare lavoro, moglie o marito e perfino sesso, paese di residenza, lingua e religione, seguiamo le mode più disparate, i costumi più inusuali, l’abbigliamento più inverosimile, etc. etc. etc. Ma poi restiamo intrinsecamente attaccati alla nostra squadra di calcio, il nostro totem, l’essenza della nostra intima certezza!
Nel nostro mondo laico, davvero l’ultima religione.


domenica 13 maggio 2012

Un Tesoriere Illustre ma Misterioso

È difficile credere che Umberto Eco, nello scrivere “Il Cimitero di Praga”, abbia pensato a Belsito oppure a Lusi, moderni tesorieri di partito. Eppure, nel suo romanzo, Eco si occupa anche di un tesoriere illustre: Ippolito Nievo, il cassiere della Spedizione dei Mille.
Ippolito Nievo
Tesoriere della Spedizione dei Mille
Sulla missione garibaldina è stato detto di tutto. Taluni ritengono che il regno del Piemonte, di là dalle posizioni ufficiali, fosse in realtà assai coinvolto nella vicenda, anche dal punto di vista finanziario. Altri sostengono che il principale appoggio sia venuto dagli inglesi, con un finanziamento importante in Piastre Turche (anche allora si voleva evitare la “tracciabilità”), stante l’obiettivo di evitare che la penisola italiana divenisse mera espressione degli interessi francesi. Il Ministro Disraeli aveva tuonato alla Camera dei Comuni: "Se le acque dell'Adriatico venissero turbate, l'agitazione si estenderà sul Reno, e l'Inghilterra sarebbe forzata a sguainare la spada, non solo per motivi di civiltà, ma anche d'interesse".
Sta di fatto che al culmine delle pressioni su Garibaldi per indurlo a dimostrare la limpidezza dell’organizzazione della sua Spedizione, il Generale chiese al tesoriere Ippolito Nievo (quello de “Le confessioni di un Italiano”) di raccogliere tutta la documentazione in due casse che, con lo stesso Nievo, furono imbarcate sul piroscafo “Ercole” a Palermo con destinazione Napoli.
Alle ore 12.55 del 4 marzo 1861, al comando del capitano Michele Mancino, la “Ercole” salpò con 12 uomini di equipaggio, 60 passeggeri, 232 tonnellate di merce. Il mare era calmo, ma alle 5 del mattino successivo la “Ercole” si trovò in piena burrasca. Una nave inglese che seguiva intravide il piroscafo sul punto di inabissarsi e riportò sul libro di bordo: "Avvistato relitto vapore alla deriva a 150 miglia da Palermo su rotta Palermo-Napoli".
Moneta da 500 Piastre Turche del XIX Secolo
Alcuni storici sostengono che gli inglesi abbiano finanziato
la Spedizione dei Mille con tre milioni di Franchi elergiti in Piastre turche
Vi furono indagini, ricerche, polemiche, perfino un'inchiesta ministeriale: non si riuscì a far luce sul mistero. Fu solo possibile stabilire che l'"Ercole" affondò, presumibilmente tra Punta Campanella e le piccole Bocche di Capri, per lo scoppio delle caldaie. Tuttavia, non un naufrago né un resto dell’imbarcazione furono mai rinvenuti, alimentando il mistero attorno a questo primo enigma dell’Italia riunificata.
Tale mistero, tuttavia, era destinato a suscitare molti interessi. Nel 1868, Giulio Di Vita, uno studioso massone, presenta un rapporto al Collegio Maestri Venerabili del Piemonte dal titolo ‘Finanziamento della spedizione dei Mille’. Di Vita riferisce di documenti rinvenuti in archivi londinesi che attestavano finanziamenti dei britannici a Garibaldi per 3 milioni di franchi francesi, versati in ‘piastre’ oro turche: una cifra enorme, utile per “convertire alla democrazia liberale” molti dignitari borbonici. Si dice, infatti, che la capitolazione di Palermo sia avvenuta grazie all’oro versato al generale Lanza. Innegabile che un manipolo di uomini sbarcati a Marsala mise in fuga 100mila uomini al prezzo di soli 78 caduti. E neppure sfuggiva la forte influenza inglese su Marsala, ove avvenne lo sbarco garibaldino sotto la vigile presenza di navi militari britanniche, oppure la “coincidenza” della firma della resa della Sicilia siglata, nel porto di Palermo, a bordo di una nave battente bandiera inglese.
Capri vista da Punta Campanella
In queste acque sarebbe avvenuto il naufragio della "Ercole"
Cento anni più tardi, quando le poste italiane emisero un francobollo commemorativo di Ippolito Nievo, il nipote Stanislao decise di riprendere le ricerche per chiarire il mistero che lo assillava da anni. Dell'"Ercole" non è stato trovato mai nulla: né un naufrago, né un albero, né un pezzo di legno, né altro relitto. Stanislao frugò per otto lunghi anni negli archivi delle emeroteche, nei musei, si affidò alla parapsicologia per esplorare il buio del passato, spinse illustri esperti di profondità marine nell'oscurità degli abissi in cui si presumeva riposasse la carcassa dell'"Ercole". Il risultato di tanta appassionata fatica fu un naufragio non meno avventuroso di quello dell'"Ercole". All’Archivio di Stato Stanislao rinvenne 500 fascicoli che riguardano la Spedizione dei Mille, ma non quello che cercava. La cartella intestata al ‘colonnello Nievo’ è semplicemente vuota!
Il risultato massimo degli sforzi di Stanislao fu “Il prato in fondo al mare”, un romanzo sul tema, pubblicato nel 1974 da Mondadori. Il primo segreto dell’Italia riunita rimane tuttora un mistero.




sabato 7 aprile 2012

MONIKA E ANTONIO

È trascorso da poco - lo scorso 17 marzo - il ventesimo anniversario della scomparsa di Monika Mann, quarta dei sei figli del premio Nobel Thomas. Tutti conoscono i capolavori del grande scrittore tedesco e molti apprezzano anche le opere di Monika. Non tanti, invece, sono a conoscenza dell’Amore che Monika nutriva per Capri e, soprattutto, per Antonio.
Monika, nata a Monaco di Baviera nel giugno 1910, aveva un rapporto piuttosto conflittuale col padre, il cui diario contiene varie espressioni non lusinghiere per Monika. Ella, tuttavia, sosteneva di non averlo mai letto, perché “mi parrebbe troppo indiscreto” conoscere i suoi segreti.

Monika Mann
 trascorse una parte importante della sua vita a Capri
Amò molto l’Italia e, nel 1934, si trasferì a Firenze per coltivare la sua inclinazione verso la musica. Qui incontrò Jenö Lányi, uno storico dell’arte ebreo ungherese che, a seguito delle leggi razziali del ‘38, si trasferì in Inghilterra, ove Monika lo seguì e lo sposò nel ’39. Ma quando la coppia decise di trasferirsi in Canada e si imbarcò sulla “City of Benares”, questa nave fu affondata dagli U-Boot tedeschi. Jenö annegò (Monika ricordava di averlo sentito chiamarla per tre volte prima di esser inghiottito per sempre dalle onde) mentre la giovane moglie passò venti ore su una minuscola scialuppa, prima di esser soccorsa da una nave militare inglese che riportò i naufraghi in Scozia.

In seguito Monika raggiunse i genitori negli Stati Uniti e cominciò a scrivere, ma riemersero gli antichi dissapori. Così, quando alla fine della guerra la famiglia rientrò in Europa, alla severità di Zurigo, scelta dai propri familiari, Monika preferì l’Italia: Firenze prima (da dove sarebbe stata “cacciata” da due topi che entrarono nella sua stanza) poi, esclusa la “troppo rumorosa” Roma, accettò un invito di certi amici a Capri. Doveva esser una vacanza…
L’incontro fatale avvenne il 2 dicembre 1953: Monika era “mortalmente stanca degli intellettuali” (vedova di uno storico dell’arte, aveva avuto l’opportunità di conoscere e frequentare gli artisti e gli scrittori più brillanti) e stanca anche della vita cosmopolita (aveva quarantatre anni e aveva vissuto in Germania, in Francia, in Italia, in Inghilterra, in America e in Svizzera). Cercava pace, diceva lei stessa, s’innamorò di Antonio Spadaro, pescatore e muratore caprese, ”sensibile, saggio, profondo. Che capiva".
Villa Monacone, guarda sui Faraglioni
Per oltre trenta anni fu il nido d'amore di Monika e Antonio
Vissero oltre trent’anni nella casa del Monacone, una villa affacciata sui Faraglioni, costruita da Ciro, padre di Antonio. Monika divenne una perfetta moglie caprese, attenta alla casa e affettuosa cuoca per il suo Antonio. Nel pomeriggio lo aiutava a servire i clienti del loro bar o a vendere i piccoli oggetti in terracotta che Antonio stesso realizzava o i velieri in miniatura, nella cui costruzione egli eccelleva. La sera, mentre lei ascoltava musica classica, Antonio si appisolava in poltrona, poi Monika leggeva o scriveva e Antonio dormiva.

Sebbene dedicata a lui ("Fur Toni"), Antonio non lesse mai Vergangenes und Gegenwärtiges, "Passato e presente", la più importante opera di Monika Mann, essendo scritta in tedesco e mai tradotta in italiano. Anzi, per leggere “Guerra e Pace”, ricordava Monika, ci son voluti quasi trent’anni.
Raccontano che lui la chiamasse "Signora", forse nella convinzione di una qualche ‘superiorità’ di lei. Chissà, forse è questa la ragione per la quale non si sposarono mai, sebbene Monika sosteneva che "ci si sposa una sola volta nella vita".
Antonio morì nel 1985 e Monika non volle più restare a Capri. Si trasferì nella vecchia casa dei genitori a Kilchberg, non lontano da Zurigo, ove morì 17 marzo 1992.

sabato 24 marzo 2012

Una Previdenza Antica

L’epoca che ci è dato in sorte di vivere, a volte, si rivela un po’ arrogante e perfino presuntuosa. Certamente l’Uomo ha messo i piedi sulla Luna; grazie allo sviluppo tecnologico, ha vinto lo spazio e un giorno - chissà? - sarà vinto anche il tempo. Ora, intanto, attendiamo l’intelligenza che metterà ordine nei nostri sistemi e ci governerà, senza più il bisogno di ricorrere al “ce lo chiede l’Europa!” E, forse con una grande risata, seppellirà tutto il nostro piccolo mondo, del quale siamo tanto orgogliosi.
Ciononostante, la nostra epoca ne ha di primati importanti da vantare e tra di loro vanno sicuramente ascritti la liberalità nei costumi e la protezione sociale. Ma neppure in questo siamo i primi!
Uno degli effetti più malvagi della liberalità dei costumi sono i bambini miserevolmente abbandonati alla nascita. Il fenomeno - purtroppo non nuovo - aveva preoccupato già papa Innocenzo III che, nel 1198, si diceva scandalizzato per i frequenti ritrovamenti di corpicini di neonati impigliati nelle reti dei pescatori del Tevere e, anche per tale ragione, creò l’Ospedale di Santo Spirito.
La Ruota dell'Ospedale S. Spirito di Roma
come appare oggi
L’Ordine ospedaliero di S. Spirito si diffuse celermente in Italia e in Europa, arrivando a contare oltre 500 filiali e divenendo il punto di riferimento dell’evoluzione della pratica medica dell’epoca. L’Ospedale di S. Spirito di Roma, tuttora attivo, già allora era strutturato su reparti differenti di medicina generale, la cura degli anziani, un lebbrosario, un nido per l’infanzia che comprendeva il “servizio” di numerose balie, un reparto per accogliere bambini figli di donne indigenti oppure di meretrici. Tali bambini a volte erano partoriti nell’ospedale stesso, altre volte fuori dall’ospedale e abbandonati nella “ruota”. In tal caso, essi venivano registrati come ‘filius m. [matris] ignotae’, da cui il romanesco ‘figlio di mignotta’.

La prima Ruota cominciò a funzionare nell’ospedale di Marsiglia nel 1118, seguita poco dopo da quella di Aix en Provence e di Tolone. Le ruote si diffusero molto rapidamente in Francia, in Italia, in Spagna e in Grecia ma non nei paesi di cultura germanica.
Presso tali popoli, anzi, le ragazze madri non erano socialmente condannate e gli infanticidi erano rari: le ragazze madri dovevano prendersi cura del loro bambino. A Berlino, l’autore dell’abbandono, se identificato, veniva condannato all’ergastolo e i suoi beni andavano al trovatello. A Berna l’esposizione di neonati era punita con i lavori forzati. 
 Tondi di Della Robbia raffiguranti Putti in Fasce
che impreziosiscono l'Ospedale degli Innocenti di Firenze
Il congegno della Ruota non era altro che un tamburo di legno munito di un piccolo sportello che ruotava su di un’asse verticale. Il neonato era deposto nella Ruota in maniera generalmente anonima. A volte, tuttavia, col bimbo era lasciato un segno (una mezza carta da gioco, un piccolo gioiello) necessario per un futuro riconoscimento, nel caso in cui il genitore avesse voluto nel tempo riavere il figlio o almeno riconoscerlo. Deposto il neonato nella Ruota, si suonava una campanella: la “rotara” di turno accorreva per prestare le prime cure e accudire il bimbo.

A Firenze i ”gettatelli”, come erano detti i bimbi abbandonati, sin dalla fine del XII secolo erano affidati al brefotrofio di S. Maria a S. Gallo, alle dipendenze dell’Arte della Seta. Quando la Repubblica di Firenze crebbe per ricchezza e per popolazione tale struttura diventò insufficiente e fu necessario costruire un nuovo grande ospedale, detto “degli Innocenti”, che in piena sintonia con la Firenze dell’epoca, fu commissionato a Filippo Brunelleschi e decorato dai Della Robbia con medaglioni raffiguranti, ovviamente, putti in fasce.
Napoleone di Jacques-Louis David
Nelle Armate Napoleoniche erano molti i "figli della Patria"
Milano, per la cura dei trovatelli, si giovò dell’ospedale del Brolo che, però, successivamente fu specializzato nella cura della sifilide, dilagata dopo la scoperta dell’America. Verso la fine del XVII secolo i bambini esposti furono trasferiti all’Ospedale Maggiore la cui insegna aveva allora come simbolo una colomba, da cui il nome di “colombini”, dato genericamente a quei trovatelli e il cognome Colombo assegnato loro allo stato civile.

Con la rivoluzione Francese e la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino fu proclamata “l’uguaglianza di tutti i bambini che nascono”. Furono, quindi, aboliti gli istituti caritatevoli, laici e religiosi, mettendoli a carico dello Stato e definendo i trovatelli “figli della patria” i quali, con Napoleone, divennero una componente importante delle sue Grandi Armate.
L’avanzare del progresso ha comportato, tra l’altro, l’abolizione della Ruota. L’ultima a chiudere, in Italia, fu quella di Ancona nel 1922. Ciò, tuttavia, non ha evitato che nella nostra civilissima epoca si continuino a ritrovare neonati abbandonati nello squallore dei parcheggi di periferia o addirittura nei cassonetti della spazzatura.

martedì 21 febbraio 2012

Le Note Oblique

Mi fa piacere condividere questa bella e interessante videoclip di una giovane e promettente band di Lucera (la mia citta' natale).
Ai giovani musicisti de "Le Note Oblique" molti cari auguri di grande successo ! ! !


domenica 12 febbraio 2012

San Valentino Vs San Faustino

«Je suis déjà d'amour tanné, ma très douce Valentine» scriveva, dalla cattività di Londra, Carlo d’Orléans alla propria moglie. Si tratta, forse, della prima “valentine” giunta fino a noi – siamo intorno al 1420 – e ci introduce al molto più consumistico San Valentino dei nostri giorni.
A san Valentino si scambiano oltre
un miliardo di messaggio d'amore

Anche i Romani festeggiavano San Valentino: il 15 febbraio avevano luogo i “Lupercalia”, celebrazioni di purificazione in onore del dio Fauno, protettore del bestiame dall’attacco dei lupi, sebbene tali riti enfatizzassero piuttosto la fertilità e non l’amore romantico com’è per noi san Valentino.


Nel 496 Papa Gelasio I volle cristianizzare la celebrazione pagana e dedicò il 14 febbraio a san Valentino da Terni, vescovo e martire, grande predicatore dell’amore. Tuttavia, l’associazione specifica con l'amore romantico è certamente posteriore, risalendo con ogni probabilità al circolo di Geoffrey Chaucer in cui prese forma la tradizione dell'amor cortese.
Da circa 12 anni anche i Single hanno
la loro festa: san Faustino
Oggi la festa degli innamorati – particolarmente sentita nei paesi di cultura anglosassone - è celebrata con lo scambio di  valentine”, bigliettini d'amore a forma di cuore oppure secondo altre differenti  rappresentazioni popolari dell'amore romantico: una colomba, l'immagine di Eros che scocca le frecce, etc.). Naturalmente non poteva non svilupparsi un fiorente business su tale ‘sentimento popolare’. Infatti, supererebbe il miliardo il numero di bigliettini scambiati tra gli innamorati in occasione del san Valentino, rendendo tale ricorrenza seconda solo al Natale per numero di messaggi inviati.
E non poteva, naturalmente, mancare il succedaneo del san Valentino. Il giorno successivo, il 15 febbraio, ricorre la festa di San Faustino, cavaliere romano che trovò il martirio, assieme al suo amico Giovita, sotto l’imperatore Adriano e, in seguito, divenuto patrono di Brescia.
In tempi recenti la festa di San Faustino è stata associata alla celebrazione dei “single”, proprio in contrapposizione a San Valentino. Non sono pochi gli eventi celebrativi organizzati nel giorno di san Faustino, pur se molti li considerano dei surrogati un po’ tristi. Per lo meno, comunque, ciascuno ha la sua festa!
Dunque, a tutti gli innamorati, auguri per un caldo san Valentino! E ai single, arrivederci al 15 febbraio, festa di san Faustino...


 

domenica 29 gennaio 2012

L’Affaire Costa

Il naufragio della Costa Concordia è senza dubbio un disastro grave che deve, innanzitutto, suscitare rispetto e silenzio per le vittime – passeggeri e membri dell’equipaggio - e stimolare riflessioni sulle procedure di navigazione, l’organizzazione di bordo, perfino il rispetto dei litorali e dei parchi marini.
Troppo è stato detto e scritto, in verità non sempre con equilibrio, sulla sciagura, sul comportamento dell’equipaggio – eroico fino al sacrificio supremo in molti casi, approssimativo per altri – fino all’eccesso della copertina del germanico Der Spiegel.
La copertina di Der Spiegel
Sono stati rispolverati molti luoghi comuni ingenerosi sull’Italia e sugli italiani, quasi come se una simile disgrazia sia connaturale al nostro spirito e al nostro comportamento abituale.
Invece, ribadito il cordoglio ed il rispetto per le vittime e la condanna per quei comportamenti superficiali che sono alla base dell’incidente, occorre mettere in luce i molti aspetti positivi – questi sì connaturali agli italiani – che innanzitutto hanno fatto in modo che il naufragio non assumesse proporzioni catastrofiche e, comunque, hanno immediatamente portato conforto e assistenza ai superstiti.
Appena dopo l’incidente, la nave ha effettuato una difficile manovra di emergenza che l’ha avvicinata alla costa e lasciata adagiare su uno ‘scalino’, facilitando così l’evacuazione ed evitando l’affondamento. Per ciò va riconosciuta la perizia di chi ha guidato una nave delle dimensioni della “Concordia” e di quanti, poi, si sono adoperati per portare a terra tutti i naufraghi.
Certamente ciascuna vita merita considerazione e massimo deve essere il rispetto per il dolore dei familiari e degli amici delle vittime. Tuttavia, se si considera che a bordo della ‘Concordia’ si trovavano circa 3.200 passeggeri e mille membri dell’equipaggio, esser riusciti a “limitare” le vittime a 34 (su 4.200) può esser considerato come un ulteriore elemento da valutare positivamente.
Al varo della Costa Concordia la bottiglia
di champagne (nell'immagine tra la "A" e la "C") non si ruppe
Non sembrano, inoltre, esser stati sufficientemente enfatizzati i gesti di generosa umanità che volontariamente la popolazione del Giglio ha portato ai naufraghi: il bar che riapre per offrire bevande calde e ristoro, il sacerdote che offre la sua chiesa come bivacco per i superstiti che hanno così potuto trascorrere la notte in un ambiente chiuso e in maniera meno drammatica. Tali comportamenti, che per noi suonano ‘naturali’ non sono comuni a tutti i popoli, molti dei quali, noti per rigidità, sviluppano invece una spiccata tendenza al giudizio negativo per tutti gli altri, italiani in primis!
La stessa Costa Crociere, in poche ore, ha organizzato il ritorno ai propri luoghi di origine di tutti i superstiti mettendo in campo la professionalità dei propri dipendenti nota e apprezzata in tutto il mondo.
Certamente sarà necessario appurare ogni responsabilità e, comunque, adottare tutte le misure e le procedure atte a evitare nuove sciagure determinate da incuria e superficialità. Tuttavia, una maggiore consapevolezza dei molti aspetti positivi (spesso apprezzati all’estero ben più che in Italia!) che ci contraddistinguono può aiutarci non solo nella difesa dell’orgoglio nazionale, ma perfino nel percorso virtuoso che deve portarci fuori dalle secche odierne e restituirci il rango che ci compete.

domenica 13 novembre 2011

Il Commiato

La copia della Verità svelata dal Tempo di Tiepolo
dopo l'intervento censorio
La rievocazione delle gesta del Governo Berlusconi riempie i siti e le pagine dei giornali di mezzo mondo. Sebbene questo Blog tradizionalmente non si occupi di politica, oggi anche noi desideriamo ricordare il Governo che lascia con un episodio dell’estate 2008, certamente minore ma forse ricco di simboli.
Sullo sfondo della sala di Palazzo Chigi ove il Presidente del Consiglio incontra i giornalisti si trova una copia de “La Verità svelata dal Tempo” di Giovanbattista Tiepolo. L’opera raffigura allegoricamente una giovane donna che, mollemente posata su un soffice tappeto di nubi, rappresenta la Verità. Il corpo nudo, morbido e sensuale della giovane è stretto tra le braccia del Tempo, rappresentato, secondo tradizione, da un vecchio la cui pelle raggrinzita contrasta nettamente con le carni rosee e levigate della fanciulla.
Nell’estate del 2008, quindi proprio all’inizio dell’attività del nuovo Governo, un moto di pudicizia portò alla copertura del seno della giovane donna che, infatti, ora non appare più nuda.

Tale episodio, esso stesso felice allegoria dei costumi di cui saremmo successivamente venuti a conoscenza, non costituisce una novità per Roma, città talmente abituata ai cambiamenti che ne resta totalmente estranea, attendendo, agnosticamente e con umorismo beffardo, il prossimo mutamento.
Il Monumento funebre a Paolo III Farnese
con le statue della Giustizia e della Prudenza
Prima che il Governo Berlusconi decidesse la copertura del seno della giovane donna, erano state ad esempio coperte le nudità michelangiolesche della cappella Sistina. Ma l’episodio certamente più gustoso riguarda la “Statua della Giustizia” che assieme alla “Prudenza” orna il monumento funebre di papa Paolo III Farnese in San Pietro.

La ‘Giustizia’, in realtà, ritrae Giulia Farnese, famosa per la sua bellezza, sorella di Paolo III e giovane amante di Rodrigo Borgia (Alessandro VI), mentre la ‘Prudenza’ raffigura Giovannella Caetani, madre di Giulia.
Il medesimo moto di pudicizia che ha portato all’intervento di Palazzo Chigi sulla copia dell’opera del Tiepolo, oltre quattro secoli prima aveva pervaso il Papa Clemente VIII che ordinò che “le statue della tomba di Paolo III di felice memoria siano levate oppure siano coperte in modo più decente”, anche in considerazione di “zinne, petto ed altre parti troppo lussuriose” e di “una coscia scoperta fino all’orlo del vaso naturale”.

Il francobollo commemorativo di Belli
Successivamente a Roma cominciò a circolare una voce su di un pellegrino sorpreso proprio in San Pietro a masturbarsi eccitato da quelle nude bellezze. La circostanza è perfino ripresa da Giuseppe Gioacchino Belli in un Sonetto del maggio 1833 che recita:


È tanto bella ch’un signore ingrese
‘Na vorta un sanpietrino ce lo prese
In atto sconcio e co l’uscello in mano
Allora er Papa ch’era Papa allora
Je fece fa cor bronzo la camicia
Che ce se vede ai tempi nostri ancora


Non sono, invece, ancora del tutto noti gli sviluppi successivi all’intervento sulla copia dell’opera del Tiepolo in Palazzo Chigi.




domenica 23 ottobre 2011

Da Caterina a Giulia

È nata! Finalmente è nata la figlia del Presidente francese Nicolas Paul Stéphane Sarközy de Nagy-Bocsa e della modella e cantautrice italiana Carla Gilberta Bruni Tedeschi, ereditiera della fortuna creata del nonno, Virginio Bruni Tedeschi, con gli pneumatici Ceat, marchio venduto a Pirelli negli anni 1970 e che ora sopravvive (peraltro con eccellenti performance) in India, in virtù di un accordo che risale a oltre cinquanta anni fa.
In realtà, non è la prima volta che la première dame di Francia proviene dall’Italia. Il precedente illustre risale a cinque secoli fa, quando la quattordicenne Caterina, figlia di Lorenzo II de' Medici duca d'Urbino e di Maddalena de-la-Tour d'Auvergne, andò in sposa a Enrico d’Orleans, il futuro re Enrico II.
Caterina de' Medici (1519-1589)
Caterina era nata a Firenze nel 1519 e perse molto presto ambedue i genitori, divenendo perciò la sola ereditiera di un’immensa ricchezza. Della sua educazione si occupò uno zio paterno, il cardinale Giulio de’ Medici, futuro papa Clemente VII, il quale fece di Caterina una delle donne meglio educate e più istruite del tempo. Quando Caterina aveva quattordici anni, Clemente acconsentì alla richiesta del potentissimo Francesco I di Francia che voleva darla in sposa a suo figlio Enrico d’Orleans.
Il matrimonio fu celebrato a Marsiglia il 27 ottobre 1533. Per impressionare la potente Corte di Francia, Caterina che era piccola di statura (“piccola e snella, con capelli biondi e sottili, non bella in volto, ma con gli occhi caratteristici a tutti i Medici”) si rivolse a degli artigiani fiorentini che prepararono per lei le prime scarpe con tacchi alti. Caterina rese anche popolare l’uso della gorgiera, un rigido colletto pieghettato di dimensioni appariscenti, divenuto essenziale nel guardaroba, maschile e femminile, del nobile del ‘500 e del ‘600.
Educata nelle più ricche e sofisticate corti dell’epoca, Caterina si trovava a disagio per il cattivo odore che sembra emanasse il suo sposo, poco incline alla cura del suo corpo. Perciò impose a corte l’uso di profumi che faceva arrivare principalmente dalla Germania: introdusse così ai francesi l’eau de Cologne. 
Rilevante l'influenza della tradizione
toscana sulla 'Cucina Francese'
Oltre agli innumerevoli servitori (governante, tre cuoche del Mugello, alcuni pasticceri, un gelataio di Urbino, Ruggeri, in precedenza premiato a Firenze per la creazione del dolcetto gelato, che al banchetto nuziale di Marsiglia stupì tutti con il suo "ghiaccio all'acqua inzuccherata e profumata”), al seguito di Caterina giunsero in Francia tutti gli odori, gli ingredienti e le prelibatezze della Toscana, che oggi fanno grande la cucina francese: la salsa colla (la bèchamel, comunemente ritenuta creazione di Luis de Bèchamel, gran ciambellano di Luigi XIV), la zuppa di cipolle (soupe à l'Oignon), il papero con la melangola (evolutosi nel Canard à l'Orange), la rustica frittata (ingentilita nell’omelette), il fegato farcito (fois en peluche), e tutta una serie di verdure (cardi, scalogni, fave, zucchine, sedano, cipolle, carciofi).
Durante il regno del marito, Caterina si occupò poco di politica. Ma alla morte di Enrico si rivelò madre ‘presente’ di ben tre re di Francia (Francesco II, Carlo IX ed Enrico III) e governante abile e spregiudicata nei burrascosi anni delle guerre di religione (ordinò lei la strage degli ugonotti della notte di San Bartolomeo del 1572, dopo la quale fece celebrare un solenne Te Deum di ringraziamento) e delle estenuanti lotte con la Spagna di Filippo II e l'Inghilterra di Elisabetta I.
Ora non sappiamo cosa il destino riserverà alla piccola Giulia, certo il paragone con il precedente è piuttosto impegnativo. Auguri!

 

sabato 6 agosto 2011

Altolà: un antico Charlie Check-Point

Nella Berlino di oggi è certamente tra i luoghi cult più visitati e fotografati. Finti soldati americani e sovietici, per qualche euro, acconsentono a farsi riprendere in compagnia di turisti per testimoniare – seppure in maniera burlesca – il superamento delle tensioni degli anni della guerra fredda. Tale “punto di confine” fa volare la mente agli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo e ai mitici scambi di spie (almeno tre) tra i sovietici e gli occidentali, pur se, in verità, tali scambi avvenivano non a Charlie Check-Point ma al Ponte di Glienicker, nei pressi di Potsdam. Celeberrimo quello avvenuto il 10 febbraio 1962 tra Francis Gary Powers, il pilota dell’U-2 abbattuto nei cieli sovietici durante un ‘routinario’ volo di “raccolta di informazioni”, ed il colonnello del KGB Rudolf Ivanovich Abel, nota spia sovietica.
Charlie Check-Point di Berlino: oggi un'attrazione turistica
Tali ‘pratiche’ furono anche celebrate nel 1966 in “Funerale a Berlino”, un pregevole film inglese di spionaggio con Michael Caine.
Nel passato, tuttavia, anche noi abbiamo avuto il nostro Charlie Check-Point: era sul fiume Panaro, in Emilia, ove per secoli è corso il confine tra lo stato pontificio e il ducato degli Estensi. Si chiama Altolà.
Oggi Altolà è una piccola frazione del comune di San Cesario sul Panaro, in provincia di Modena, proprio a ridosso del ponte sull’affluente del Po. Poco distante sorge un caseggiato sul quale ancora oggi troneggia la scritta “Guardone”, che ci piace credere esser esclusivamente la sede del corpo di guardia. Dal lato dello stato pontificio, invece, il primo centro che si incontra è California, anzi la California, come si dice da quelle parti, in maniera evidentemente più rispettosa dell’etimologia latina “calida forma”, zona calda,  rinomata per la produzione di talune varietà di frutta di eccellente qualità.
La storia non ci ha tramandato epici scambi di spie, e neppure di umili prigionieri, avvenuti ad Altolà. La letteratura, invece, ci racconta attraverso la penna di Alessandro Tassoni della “Secchia rapita”, il furto di una secchia da pozzo rapita dai modenesi durante un conflitto con i bolognesi.
Al contrario, resta tutt’oggi assai vivace la rivalità tra le donne di Altolà e quelle della California, quindi tra le discendenti del ducato degli Estensi e quelle dello stato pontificio. Non è chiaro se tale conflitto secolare risalga alla Secchia rapita di Tassoniana memoria, ovvero alla contesa per qualche milite in servizio nel caseggiato detto “Guardone”.

domenica 17 luglio 2011

Da Aux Villes d'Italie alla Central Retail Corporation

Il 1917 fu un anno davvero difficile, il quarto della ‘Grande Guerra’. Certo Ungaretti compose “Mattina”, una tra le sue più celebri poesie, e la Madonna fece la prima apparizione a Fatima. Ma fu anche l’anno di Caporetto e della Rivoluzione russa.
In quello stesso anno, i fratelli Romualdo e Senatore Borletti rilevarono un grande magazzino di Milano, Aux Villes d’Italie, evoluzione di successo del piccolo negozio creato da Ferdinando Bocconi nel 1865 in via Radegonda, che proponeva solo abbigliamento pronto moda.
Ferdinando Bocconi
I Fratelli Borletti erano abbastanza vicini a Gabriele D’Annunzio e, infatti, saranno tra i principali finanziatori della ”Impresa di Fiume”. Essi collezionavano manoscritti del Vate, sebbene spesso a loro insaputa ‘apocrifi’ giacché il Poeta, sempre attento al lucro, faceva redigere copie dei suoi manoscritti al figlio Gabriellino che aveva imparato alla perfezione la calligrafia barocca del padre. I Borletti affidarono proprio a D’Annunzio la creazione del nome da attribuire alla loro nuova attività, un nome che potesse rappresentare immediatamente l’idea del rilancio dell’azienda e che rievocasse anche le speranze di una nuova Italia.

Il Vate, per poche migliaia di lire (dell’epoca), diede fondo a tutte le sue risorse creative e generò il nome “La Rinascente”, accompagnato dal motto “L'Italia nova impressa in ogni foggia”.
Peraltro, a tale nuovo nome fu associato un ulteriore significato dopo il dramma della notte di Natale 1918, il primo di pace, quando un corto circuito mandò a fuoco il Grande Magazzino appena rinnovato, obbligando i Borletti ad una nuova ‘rinascita’.
Un Poster realizzato da Marcello Dudovich
Con gli anni La Rinascente divenne un’azienda di grande successo e prestigio che, sospinta dalle campagne pubblicitarie di Marcello Dudovich, velocemente estese la sua presenza anche in altre città italiane. Nel 1928, inoltre, fu introdotto l’Upim, un magazzino a prezzo fisso, con prodotti che andavano da una a quattro lire, proprio per coprire anche un segmento di mercato meno sofisticato. Bisognerà, invece, attendere gli anni ’60 perché la diversificazione tocchi anche i generi alimentari, con l’apertura dei Supermercati Sma.
Il Gruppo La Rinascente era diventato non solo l’ammiraglia della grande distribuzione in Italia, ma costituiva anche un ricco asset, tale da interessare, con fasi altalenanti in verità, la famiglia Agnelli. Negli ultimi trent’anni la proprietà del Gruppo è passata varie volte di mano, senza mai perdere però l’appetibilità che deriva dalla sua storia di successo, dal suo nome, dalla sua articolazione.
Ecco, quindi, le ragioni dell’acquisto della Rinascente da parte della tailandese Central Retail Corporation: il gruppo – colosso particolarmente attivo nella grande distribuzione, nell’ospitalità e nell’immobiliare, con ricavi nel 2010 per 3,5 miliardi di dollari – per 260 milioni di euro (il prezzo fissato per l’acquisto) sarà in grado di avvalersi anche della Rinascente e del “made in Italy” per realizzare la propria strategia di espansione in Asia.
Sembra, peraltro, ripetersi la storia di Ferdinando Bocconi: la Central Retail Corporation data l’inizio della sua attività al 1947, quando il fondatore Tiang Chirativat aprì un negozio nel quartiere cinese di Bangkok.

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sabato 9 luglio 2011

In Memoria ?

Chi può dire se ottantacinque anni sono pochi, o molti, per morire? E poi, chi può stabilire una causa giusta per una morte?
Ha mancato l’ottantacinquesimo compleanno per soli tre giorni: infatti, era nato il 9 luglio 1926 e ha rappresentato subito una sfida imponente e prestigiosa. Alberto, suo padre, voleva che il neonato contribuisse alla crescita ma, soprattutto, desiderava che fosse innovativo, che riuscisse ad imprimere una svolta sostanziale e strutturale al modo di essere e costruire un futuro radioso, anche fuori casa.
Alberto Pirelli

Sin da giovane gli furono attribuiti incarichi importanti e totalmente nuovi, soprattutto per quei tempi. Capace di coniugare la qualità (decenni prima che il tema divenisse patrimonio condiviso) con la ricerca del nuovo, così da superare le impellenti necessità dettate dall’autarchia.
Ma fu il dopoguerra ad imprimergli il fantastico slancio che lo proiettò sulla scena internazionale sulla quale diventò di casa, in paesi e scenari radicalmente nuovi, riuscendo sempre a vincere le sfide dei tempi e in ciascun teatro.
E poi capì e seppe interpretare magicamente, e ben prima di tutti gli altri, le caratteristiche del mondo che cambiava. In quegli anni ‘miracolosi’, grazie a guide illuminate e compagni di viaggio straordinari, trovava la ricetta giusta per ogni situazione e per ogni nuova sfida. Quando lo scenario si fece veramente difficile, s’inventò la pazza idea che sfoggiare il lusso potesse pagare gli acquisti del necessario. Era ammirato e rispettato per la sua autorevolezza!
Poi il mondo cominciò a mutare ancora e una nuova classe - rozza e sbrigativa, in verità – si affacciò sulla scena, portando ‘valori’ nuovi, ruvidi. Lui rimase sempre più solo, altero nella sicurezza che gli derivava dalla sua visione strategica e lungimirante, forte di conoscenza e professionalità che, tuttavia, poco interessavano ai profeti di un “pragmatismo” eccessivo ed anche effimero, maestri di parole belle ma totalmente vuote.
La morte lo ha colto al culmine della solitudine: non era strumentale per i nuovi portatori di interessi invero bassi ed anche volgari, purtroppo gravemente dannosi per tutti. Restano, tuttavia, profonde ed indelebili i suoi saperi e i suoi strumenti, germogli certi per una nuova primavera che, forse non imminente, sarà ineluttabile e necessaria.

P.S. Alberto Pirelli, il 9 luglio 1926, fu il primo Presidente dell’Istituto Nazionale Esportazioni INE con la missione di declinare l’esperienza dell’imprenditore a favore del più vasto interesse generale. Dopo la seconda guerra mondiale, l’INE, divenuto Istituto Commercio Estero ICE, si proiettò su tutti i mercati mondiali, nei cinque continenti. Dopo la sede di Amburgo (1930), vennero Londra (1936), Johannesburg (1955), Singapore (1959), Pechino (1965), Lagos (1967) e via via fino ai 115 uffici nel mondo del 2011.

Fondamentale strumento della politica commerciale all’estero, l’ICE attraverso Uomini straordinari ed illuminati professionisti (Gronghi, Vanoni, Merzagora, Massacesi, per non citare che pochi dei suoi presidenti) contribuì grandemente allo sviluppo di positive relazioni commerciali con i nuovi attori che uscivano dalla decolonizzazione e con gli stessi paesi del blocco comunista. L’Ufficio ICE nella Pechino di Mao fu aperto molti anni prima dell’Ambasciata d’Italia e, negli stessi anni, sofisticate tecniche di marketing accompagnavano nei mercati più avanzati dell’Occidente, ma anche dell’Asia, le nostre aziende del lusso (moda, pelletteria, calzature, mobile, gioielleria, etc.), unitamente alle imprese dell’eccellenza meccanica, consentendo così di far fronte alla sempre più esosa bolletta energetica.
Negli anni più recenti, invece di far ricorso ai saperi che derivavano dall’autorevolezza goduta sui mercati internazionali grazie a professionalità e best practices da eccellenza che invitavano a scelte coraggiose e di maggior respiro, l’ICE veniva sempre più soffocato, perché non “strumentale” nel grigio dilagare del rozzo pragmatismo odierno.
Restano, tuttavia, forti e solidi i germogli dei saperi cui, in un futuro forse nemmeno eccessivamente lontano, occorrerà rivolgersi per rendere un servizio vero e reale ad un sistema paese troppo fragile di fronte al mondo pervaso dalla globalizzazione.