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mercoledì 24 aprile 2013

Questione di Abito

Sembra che ci siamo quasi. Ancora qualche giorno e il Governo che aspettiamo da due mesi - dalle elezioni di fine febbraio e dopo il passaggio, per molti versi drammatico, dell’elezione del “nuovo” Presidente della Repubblica – dovrebbe finalmente veder la luce a breve.
Non sappiamo ancora quanto nuovo esso sarà e neppure se per la sua composizione si farà ricorso, e in quale misura, al cosiddetto ”usato sicuro”, oppure si perverrà a un equilibrio tra le diverse componenti di esperienza e innovazione, di politici e di tecnici. Ma lo sapremo presto.

Winston Churchil con Franklin D.  Roosevelt

Il punto, tuttavia, non è rappresentato dall’abito che il nuovo governo vestirà, quanto piuttosto dalle decisioni che sarà in grado di assumere e dalle scelte e dagli indirizzi che sarà in grado di adottare e perseguire.

Per meglio chiarire tale concetto, ricordiamo una vecchia, ma sempre attuale, storiella, peraltro fondata su verità certe, tanto amata dagli anglosassoni e non solo.
In tempo di elezioni si presentano tre candidati dei quali si conoscono alcune caratteristiche salienti. In particolare, del candidato A si sa che ha un sodalizio felice con politici disonesti, che si consulta regolarmente con un astrologo, che ha avuto almeno due amanti, che è un fumatore accanito e che beve otto o anche dieci cocktail Martini al giorno.
Adolph Hitler
Del Candidato B si sa che in gioventù ha consumato molto oppio, che è stato sollevato ben due volte da incarichi di responsabilità (politica), che usa dormire fino a mezzogiorno e che ogni sera beve fino ad un litro di whisky.
Infine, del Candidato C si sa che è un rigido vegetariano, non fuma, raramente beve una birra e non ha mai tradito la moglie.
Sarà impossibile che tali candidati faranno parte del nascendo governo italiano, tuttavia, per pura informazione, si sappia che il candidato A è Franklin D. Roosevelt, il candidato B è Winston Churchill, il candidato C è Adolph Hitler.
Insomma, una volta di più, non è questione di abito...

sabato 20 ottobre 2012

Europa


Sebbene scoperta da Galileo, non si tratta di Europa, il satellite di Giove. E neppure di Europa, mamma di Minosse (il re di Creta), quella rapita dal dio Giove (un toro, per l’occasione) che generò per l’appunto Minosse, Radamanto e Sarpedonte.
L’Europa cui è stato attribuito il Premio Nobel 2012 per la Pace siamo noi: l’Europa dei nostri giorni, la creazione che ci ha donato pace (il più lungo periodo senza guerre dalla caduta dell’impero romano),   benessere, cultura e civiltà. 
Unione Europea
Robert Shuman
La sua dichiarazione del 9 maggio 1949
diede origine alla Costruzione Europea

L’Europa dei nostri giorni nasce il 9 maggio 1949 quando Robert Schuman  invita (appena quattro anni dopo gli orrori della seconda guerra mondiale) a porre le basi per la creazione di una graduale integrazione tra i vari Stati europei (i nemici di ieri), indispensabile per il mantenimento della pace in Europa e per il superamento degli attriti secolari che tanta distruzione avevano causato a tutta l’Europa.

Nell’antichità, per Europa si intendeva la Grecia, vale a dire l’occidente rispetto ai grandi imperi del tempo, che già Erodoto, nel V secolo a.C., identifica con l’insieme dei paesi minacciati dall’espansionismo persiano che, nel primo “scontro di civiltà”, sarà fermato a Maratona (490 a.C.) e dieci anni più  tardi alle Termopili e a Salamina.
Forse è da lì che nasce la meravigliosa avventura dell’Europa che, forte della Cultura di Atene, successivamente si fonderà nella Grandezza di Roma (che la forgerà con il  Diritto e con l’Organizzazione), arricchendosi, da ultimo, del cristianesimo ove le virtù dei ‘cives romani’ si integrano con i valori trascendenti ed universalistici propri di questa religione.
Il divinire dell’Europa, non sempre agevole, attraversò anche periodi involutivi. Ma poi tornò potente (a volte prepotente) e riprese le sue straordinarie capacità creative, irradiando il mondo intero della sua luce di Cultura, di Arte, di Scienza, di Pensiero, di Umanità. 
Il processo non si è rivelato semplice né agevole, ma il risultato odierno è una Realtà che ha garantito la pace a due intere generazioni che non hanno conosciuto la guerra, una Unione di 500 milioni di persone, con un Pil di quasi 13mila miliardi di euro  (che ne fanno la prima economia al mondo), con una struttura industriale di prim’ordine e una produzione di servizi sofisticati e moderni che riescono a coprire un terzo del commercio mondiale di beni e servizi.
Certo molto resta da fare, ad esempio nel campo della solidarietà nei confronti delle aree meno avvantaggiate o in difficoltà e perfino nei confronti di regioni contigue e popolazioni vicine. Ma è indubbia la grandezza della nostra Europa, della sua Cultura e delle sue realizzazioni. Talmente Grande da meritare il Premio Nobel! 


domenica 24 giugno 2012

Libero Pensatore


Si racconta che Albert Einstein, alla richiesta di specificare la razza di appartenenza necessaria per la compilazione di un modulo per l’ingresso in un certo paese, abbia semplicemente risposto: “umana”.
La vicenda mi torna regolarmente alla mente quando sono chiamato a rinnovare il visto di permanenza in un paese che ammiro molto sotto numerosi punti di vista. La modulistica da riempire, semplice ma non essenziale, infatti, chiede di precisare la razza di appartenenza (da piccolo, molto piccolo emulo di Einstein anche io scrivo “umana”). La domanda successiva dello stesso modulo chiede di specificare la religione professata, fornendo ben undici alternative di religioni comunemente conosciute e praticate. Non è prevista la voce “altra” ma a fianco a cristiano, buddista, induista, musulmano, etc. offre la casella “free thinker”, libero pensatore, proprio come se il libero pensiero fosse una religione.
Michelangelo: Particolare della creazione di Adamo
Certo non è semplice definire una religione e ancor meno lo deve esser stato per il funzionario che ha predisposto il modulo. Forse può essere agevole pervenire a una definizione dell’orientamento del pensiero e perfino a una accettabile spiegazione sulle origini del mondo e dell’uomo per un “libero pensatore”. Ma quando si giunge ai simboli, ai riti o anche alla forma artistica che la “religione” del libero pensatore assume, diviene difficile, forse impossibile, catalogare appunto come religione il pensiero libero che, per sua natura, dovrebbe esser scevro da dogmi e schemi.
Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro me
Epitaffio della tomba di Immanuel Kant
Mi ha aiutato nella riflessione John, una persona “semplice”, un conducente di taxi, al quale domandavo cosa rappresentasse la statuina dorata ben attaccata sul cruscotto della sua autovettura. “Questo taxi non è mio” - mi ha detto - ma deve trattarsi di una divinità induista”.  “Io non ho una vera religione - ha proseguito - e non sono un free thinker”.   “E il free thinker non esiste! Vorrei chiedere a chi si proclama tale se ha mai paura, se il buio non lo spaventa, se il dolore non lo angoscia, se l’idea della morte lo lascia sereno. No, è tremendamente difficile essere un vero free thinker”.
John si presenta come una persona semplice, certamente non l’espressione tipica della opulenta città che ha catalogato il “free thinker” tra le religioni. Ma John è un saggio vero, grande, nella sua comprensione della piccolezza dell’essere umano. 

domenica 27 maggio 2012

L’Ultima Religione


Lo ammetto: non è stato agevole, per me romanista, assistere alla (bella) partita tra la nazionale Indonesiana e l’Inter, la mitica F.C. Internazionale.
Oronzo Pugliese, iconico allenatore degli anni '60
Sono diventato romanista a meno di dieci anni, quando mio padre mi presentò, in casa di amici, un signore che subito si era dimostrato affettuoso nei miei confronti: Oronzo Pugliese, iconico allenatore di calcio degli anni ’60, quello che con un “piccolo” Foggia, il 31 gennaio 1965, inflisse una “storica” sconfitta all’Inter campione del Mondo del “Mago” Helenio Herrera (io c’ero: 3 a 2, gol di Lazzotti e doppietta di Cosimo Nocera per annullare i gol di Peirò e Suarez!). Peraltro, non molti sanno che tale vittoria, in mattinata, era stata preannunciata a Helenio Herrera da Padre Pio: “oggi a Foggia perderete , ma poi vincerete il campionato”.
Oronzo Pugliese, profeta ante litteram del calcio moderno, poco dopo l’incontro che mi folgorò, lasciò il Foggia delle meraviglie per approdare alla Roma - non ancora “magggica” - determinando l’avvio della mia condizione di tifoso della Roma.
E come può esser dura la condizione del tifoso, pronto ad esaltarsi per una vittoria, magari striminzita ma di alto valore simbolico, poi afflitto da depressione nel caso di sconfitta, soprattutto se cocente non per il risultato ma per l’autore del ‘maltolto’.
Yanto, giovane professionista indonesiano
tifoso interista da quattordici anni

E poi i riti, le beffe, le gioie, le amarezze, le consolazioni, le vittorie! Chi non vive la condizione del tifoso non riesce a comprendere i turbamenti profondi o i momenti di elevata esaltazione che la propria Squadra riesce a donare o infliggere. “Cambia squadra!” mi suggeriva una persona a me cara quando mi vedeva triste dopo una sconfitta, dimostrando in tale affettuosa consolazione tutta la propria lontananza dall’essere del tifoso. E ho rivisto l’essenza del tifoso in Yanto, proprio nello stadio Bung Karno di Jakarta durante la partita Indonesia Inter. Yanto, un giovane professionista indonesiano, fervente tifoso nerazzurro (chissà poi perché, lui di Jakarta, tifoso dell’Inter da oltre 14 anni). Era allo stadio con il perfetto armamentario del supporter: maglietta (di Zanetti), sciarpa, cappello nerazzurro a bombetta, perfetta conoscenza di cori e gesti e, soprattutto, di ogni giocatore (nome e cognome, numero di maglia, esperienze più recenti, etc.). 
La "Curva" interista allo stadio Bung Karno di Jakarta
 Aveva il sogno di incontrare di persona alcuni calciatori, ma sopratutto Milito, ed era andato al mattino nell’albergo ove la squadra era scesa. Aveva preso la colazione proprio lì nella speranza di incontrare i suoi beniamini che, invece, conducevano vita “appartata”, relegati in due piani dell’albergo stesso. Ma un addetto alla sicurezza gli aveva suggerito di provare alla pasticceria ove Milito avrebbe poco dopo acquistato dei dolci. E, infatti, l’incontro è avvenuto, ma senza ottenere l’agognato autografo. Yanto soffriva allo stadio, si sgolava con i cori in perfetto italiano, non sopportava che l’Inter soffrisse l’Indonesia, la nazionale, dopo tutto, del suo Paese (e, a differenza della gran parte degli spettatori, me compreso, non ha esulato ai due gol dell’Indonesia!). Ma poi ecco finalmente le doppiette di Coutinho e di Pazzini, ma non il gol del “suo” Milito. Comunque l’Inter trionfa 4 a 2! Yanto mi esprime tutta la sua felicità: Yes, I am happy!!!
Certo la nostra epoca presenta a volte aspetti di vera schizofrenia: ci vantiamo della flessibilità massima, siamo orgogliosi del nostro esser ghibellini e alieni dai credi, riusciamo a cambiare lavoro, moglie o marito e perfino sesso, paese di residenza, lingua e religione, seguiamo le mode più disparate, i costumi più inusuali, l’abbigliamento più inverosimile, etc. etc. etc. Ma poi restiamo intrinsecamente attaccati alla nostra squadra di calcio, il nostro totem, l’essenza della nostra intima certezza!
Nel nostro mondo laico, davvero l’ultima religione.


sabato 24 marzo 2012

Una Previdenza Antica

L’epoca che ci è dato in sorte di vivere, a volte, si rivela un po’ arrogante e perfino presuntuosa. Certamente l’Uomo ha messo i piedi sulla Luna; grazie allo sviluppo tecnologico, ha vinto lo spazio e un giorno - chissà? - sarà vinto anche il tempo. Ora, intanto, attendiamo l’intelligenza che metterà ordine nei nostri sistemi e ci governerà, senza più il bisogno di ricorrere al “ce lo chiede l’Europa!” E, forse con una grande risata, seppellirà tutto il nostro piccolo mondo, del quale siamo tanto orgogliosi.
Ciononostante, la nostra epoca ne ha di primati importanti da vantare e tra di loro vanno sicuramente ascritti la liberalità nei costumi e la protezione sociale. Ma neppure in questo siamo i primi!
Uno degli effetti più malvagi della liberalità dei costumi sono i bambini miserevolmente abbandonati alla nascita. Il fenomeno - purtroppo non nuovo - aveva preoccupato già papa Innocenzo III che, nel 1198, si diceva scandalizzato per i frequenti ritrovamenti di corpicini di neonati impigliati nelle reti dei pescatori del Tevere e, anche per tale ragione, creò l’Ospedale di Santo Spirito.
La Ruota dell'Ospedale S. Spirito di Roma
come appare oggi
L’Ordine ospedaliero di S. Spirito si diffuse celermente in Italia e in Europa, arrivando a contare oltre 500 filiali e divenendo il punto di riferimento dell’evoluzione della pratica medica dell’epoca. L’Ospedale di S. Spirito di Roma, tuttora attivo, già allora era strutturato su reparti differenti di medicina generale, la cura degli anziani, un lebbrosario, un nido per l’infanzia che comprendeva il “servizio” di numerose balie, un reparto per accogliere bambini figli di donne indigenti oppure di meretrici. Tali bambini a volte erano partoriti nell’ospedale stesso, altre volte fuori dall’ospedale e abbandonati nella “ruota”. In tal caso, essi venivano registrati come ‘filius m. [matris] ignotae’, da cui il romanesco ‘figlio di mignotta’.

La prima Ruota cominciò a funzionare nell’ospedale di Marsiglia nel 1118, seguita poco dopo da quella di Aix en Provence e di Tolone. Le ruote si diffusero molto rapidamente in Francia, in Italia, in Spagna e in Grecia ma non nei paesi di cultura germanica.
Presso tali popoli, anzi, le ragazze madri non erano socialmente condannate e gli infanticidi erano rari: le ragazze madri dovevano prendersi cura del loro bambino. A Berlino, l’autore dell’abbandono, se identificato, veniva condannato all’ergastolo e i suoi beni andavano al trovatello. A Berna l’esposizione di neonati era punita con i lavori forzati. 
 Tondi di Della Robbia raffiguranti Putti in Fasce
che impreziosiscono l'Ospedale degli Innocenti di Firenze
Il congegno della Ruota non era altro che un tamburo di legno munito di un piccolo sportello che ruotava su di un’asse verticale. Il neonato era deposto nella Ruota in maniera generalmente anonima. A volte, tuttavia, col bimbo era lasciato un segno (una mezza carta da gioco, un piccolo gioiello) necessario per un futuro riconoscimento, nel caso in cui il genitore avesse voluto nel tempo riavere il figlio o almeno riconoscerlo. Deposto il neonato nella Ruota, si suonava una campanella: la “rotara” di turno accorreva per prestare le prime cure e accudire il bimbo.

A Firenze i ”gettatelli”, come erano detti i bimbi abbandonati, sin dalla fine del XII secolo erano affidati al brefotrofio di S. Maria a S. Gallo, alle dipendenze dell’Arte della Seta. Quando la Repubblica di Firenze crebbe per ricchezza e per popolazione tale struttura diventò insufficiente e fu necessario costruire un nuovo grande ospedale, detto “degli Innocenti”, che in piena sintonia con la Firenze dell’epoca, fu commissionato a Filippo Brunelleschi e decorato dai Della Robbia con medaglioni raffiguranti, ovviamente, putti in fasce.
Napoleone di Jacques-Louis David
Nelle Armate Napoleoniche erano molti i "figli della Patria"
Milano, per la cura dei trovatelli, si giovò dell’ospedale del Brolo che, però, successivamente fu specializzato nella cura della sifilide, dilagata dopo la scoperta dell’America. Verso la fine del XVII secolo i bambini esposti furono trasferiti all’Ospedale Maggiore la cui insegna aveva allora come simbolo una colomba, da cui il nome di “colombini”, dato genericamente a quei trovatelli e il cognome Colombo assegnato loro allo stato civile.

Con la rivoluzione Francese e la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino fu proclamata “l’uguaglianza di tutti i bambini che nascono”. Furono, quindi, aboliti gli istituti caritatevoli, laici e religiosi, mettendoli a carico dello Stato e definendo i trovatelli “figli della patria” i quali, con Napoleone, divennero una componente importante delle sue Grandi Armate.
L’avanzare del progresso ha comportato, tra l’altro, l’abolizione della Ruota. L’ultima a chiudere, in Italia, fu quella di Ancona nel 1922. Ciò, tuttavia, non ha evitato che nella nostra civilissima epoca si continuino a ritrovare neonati abbandonati nello squallore dei parcheggi di periferia o addirittura nei cassonetti della spazzatura.

domenica 4 marzo 2012

@: Un’Icona Duplice

Francesco Lapi, commerciante fiorentino del sedicesimo secolo, non poteva immaginare se stesso come un antesignano di internet e della email. Eppure, è proprio in una sua lettera da Siviglia, datata 24 maggio 1536, che compare il simbolo della ‘chiocciolina’, l’oggi onnipresente @.
Francesco descrive l’arrivo in Spagna di tre navi che trasportavano oro e argento dal Nuovo Mondo e aggiunge che c’era anche “una @ di vino, che è un trentesimo di un barile, vale la pena di 70 o 80 ducati”.
Particolare della lettera di Francesco Lapi,
 datata 24 maggio 1536, in cui compare il simbolo @
In uno studio realizzato per la Treccani (“L'icon@ dei Mercanti”), Giorgio Stabile, professore di storia della scienza all’Università la Sapienza di Roma, rileva che la lettera di Francesco Lapi dimostra che “il simbolo @ è l’abbreviazione di anfora, una misura di capacità basata sui vasi di terracotta utilizzati per il trasporto nel mondo mediterraneo antico".

D’altra parte, nota ancora Stabile, il termine spagnolo arroba, che oggi indica @ in Spagna e in America Latina (derivato dall’arabo rub'a "un quarto" usato come unità di misura), designava nel passato sia un’unità di peso (25 libbre) che una di misura (principalmente per vino ed olio) e era tradotto proprio con anfora, già nel “Vocabulario español-latino” dell’umanista e grammatico Antonio de Nebrija, edito a Salamanca nel 1492.
È certamente successivo l’utilizzo della chiocciolina nel linguaggio contabile anglosassone nel significato di “at a price of” (al prezzo di) seguito dalla quantità di moneta, peraltro ancora oggi usato in certi mercati.
Dal 2010 @ è al MoMA di New York.
Si tratta della prima acquisizione gratuita operata dal MoMA
essendo tale Simbolo patrimonio universale 
Proprio come Francesco Lapi, anche Raymond Tomlinson non si rese conto della rivoluzione che stava innescando quando, esattamente quaranta anni fa, trasmise la prima email. Arrivò perfino a implorare il suo amico e collega Jerry Burchfiel di non parlarne a nessuno, essendo quel primo messaggio qualcosa di diverso rispetto alla ricerca loro assegnata.
La ‘novità’ non irrilevante introdotta da Tomlinson consisteva nella possibilità di inviare messaggi a utenti di computer differenti. Ciò, tuttavia, poneva l’esigenza di identificare i diversi ‘host’ mediante un segno distintivo che fosse assente nel nome di qualunque possibile utente.

La scelta cadde sul simbolo @ (che nel decennio successivo cominciò ad avere il suo posto sulle comuni tastiere di computer) sia perché tale simbolo non compare in alcun nome in nessuna lingua e sia perché, simboleggiando la preposizione locativa “a”, at in inglese, sembrava precisare che il messaggio era inviato a quello specifico utente @ quello specifico computer.
Nel 2010 il simbolo della chiocciolina è entrato a far parte della collezione del prestigioso Museum of Modern Art (MoMA) di New York; ma vi è entrato come icona dei nostri tempi, quindi grazie a Ray Tomlinson. Nessuna menzione per Francesco Lapi, mercante fiorentino del sedicesimo secolo.

 

domenica 26 febbraio 2012

Sotto la Croce di San Giorgio

L’increscioso episodio di pirateria nell’oceano Indiano, che ha visto coinvolti una nave e due militari italiani, ha attirato ancora una volta l’attenzione generale sui pirati e sulla pirateria, fenomeno vecchio quanto la navigazione stessa.
Plutarco ci narra di un giovane Giulio Cesare catturato dai pirati e liberato solo dopo il pagamento di un riscatto di cinquanta talenti (in verità i pirati ne avevano richiesti solo venti, offendendo in tal modo il futuro imperatore il quale riteneva il valore della propria vita ben più alto e che, quindi, impose ai suoi carcerieri di portare la richiesta a cinquanta talenti). Tornato libero Giulio Cesare organizzò una flotta per inseguire i suoi rapitori che furono tutti catturati e crocifissi.
La Croce di San Giorgio
antica bandiera della Repubblica di Genova
Anche in epoche successive la pirateria continuò a esser un’attività praticata e lucrosa. Tuttavia, i pirati erano - e sono – particolarmente attenti alla profittabilità della possibile preda e, soprattutto, a evitare assalti a potenze in grado di rispondere ai loro attacchi.

All’epoca delle crociate, nei primi secoli dello scorso millennio, il Mediterraneo era infestato di pirati, soprattutto di origine araba. Anche allora, tuttavia, erano evitati attacchi a potenze temute e rispettate. Ad esempio, le navi che battevano la bandiera con la Croce di San Giorgio (antico emblema della temuta e rispettata Repubblica di Genova) godevano di una sorta di immunità, derivante dal timore e dal rispetto attribuiti alla prestigiosa Repubblica.
La garanzia era tale che altri regni trattarono con Genova l'uso della sua Bandiera. Lo stesso Riccardo Cuor di Leone, in partenza per la terza crociata, avrebbe chiesto e ottenuto – contro il pagamento di un tributo annuale al Doge di Genova - l’utilizzo della bandiera di San Giorgio, proprio per proteggersi dagli attacchi di pirateria.
Sebbene altre fonti facciano risalire tale accordo ad alcuni decenni successivi, sta di fatto che la bandiera con la Croce di San Giorgio (croce rossa in campo bianco) è divenuta sin dal tredicesimo secolo la bandiera inglese ed anche della città di Londra (pur senza la spada e, soprattutto, il motto latino “Domine dirige nos”, guidaci, oh Signore!).  
Elisabetta I nomina Baronetto Francis Drake
Curiosamente, per l’alternarsi dei cicli storici, proprio gli inglesi, nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, si distinsero per un’attiva pratica della pirateria, sebbene, usufruendo la stessa della legittimazione dell’Autorità sovrana, si debba più correttamente parlare di imprese corsare. Infatti, attraverso una “lettera di corsa” emessa dal governo, si autorizzava un gruppo privato ad assalire e catturare bastimenti mercantili ‘nemici’, rendendo di fatto legale la pirateria anzi, perfino nobilitandola, visto che le azioni erano svolte per conto e a favore del proprio governo che, in definitiva diveniva il principale beneficiario del bottino. In cambio l’autorità’, mediante la “lettera di corsa”, attribuiva lo status di combattente e autorizzava l’uso della Bandiera nazionale, permettendo al corsaro di rapinare le navi nemiche e di uccidere in combattimento. Famosissimi Francis Drake, addirittura insignito del titolo di Baronetto, e Henry Morgan per i loro assalti ai galeoni spagnoli e portoghesi carichi di ori, argenti e spezie, che contribuirono in maniera rilevante alla costruzione della ricchezza e della potenza marinara inglese.
Non sappiamo quanto renda la pirateria di oggi – che, come sempre, colpisce principalmente chi non reagisce e si piega più facilmente al ricatto – e, soprattutto, non sappiamo quali nobili potenze di domani nasceranno da tali deprecabili azioni dei nostri giorni.


domenica 12 febbraio 2012

San Valentino Vs San Faustino

«Je suis déjà d'amour tanné, ma très douce Valentine» scriveva, dalla cattività di Londra, Carlo d’Orléans alla propria moglie. Si tratta, forse, della prima “valentine” giunta fino a noi – siamo intorno al 1420 – e ci introduce al molto più consumistico San Valentino dei nostri giorni.
A san Valentino si scambiano oltre
un miliardo di messaggio d'amore

Anche i Romani festeggiavano San Valentino: il 15 febbraio avevano luogo i “Lupercalia”, celebrazioni di purificazione in onore del dio Fauno, protettore del bestiame dall’attacco dei lupi, sebbene tali riti enfatizzassero piuttosto la fertilità e non l’amore romantico com’è per noi san Valentino.


Nel 496 Papa Gelasio I volle cristianizzare la celebrazione pagana e dedicò il 14 febbraio a san Valentino da Terni, vescovo e martire, grande predicatore dell’amore. Tuttavia, l’associazione specifica con l'amore romantico è certamente posteriore, risalendo con ogni probabilità al circolo di Geoffrey Chaucer in cui prese forma la tradizione dell'amor cortese.
Da circa 12 anni anche i Single hanno
la loro festa: san Faustino
Oggi la festa degli innamorati – particolarmente sentita nei paesi di cultura anglosassone - è celebrata con lo scambio di  valentine”, bigliettini d'amore a forma di cuore oppure secondo altre differenti  rappresentazioni popolari dell'amore romantico: una colomba, l'immagine di Eros che scocca le frecce, etc.). Naturalmente non poteva non svilupparsi un fiorente business su tale ‘sentimento popolare’. Infatti, supererebbe il miliardo il numero di bigliettini scambiati tra gli innamorati in occasione del san Valentino, rendendo tale ricorrenza seconda solo al Natale per numero di messaggi inviati.
E non poteva, naturalmente, mancare il succedaneo del san Valentino. Il giorno successivo, il 15 febbraio, ricorre la festa di San Faustino, cavaliere romano che trovò il martirio, assieme al suo amico Giovita, sotto l’imperatore Adriano e, in seguito, divenuto patrono di Brescia.
In tempi recenti la festa di San Faustino è stata associata alla celebrazione dei “single”, proprio in contrapposizione a San Valentino. Non sono pochi gli eventi celebrativi organizzati nel giorno di san Faustino, pur se molti li considerano dei surrogati un po’ tristi. Per lo meno, comunque, ciascuno ha la sua festa!
Dunque, a tutti gli innamorati, auguri per un caldo san Valentino! E ai single, arrivederci al 15 febbraio, festa di san Faustino...


 

domenica 29 gennaio 2012

L’Affaire Costa

Il naufragio della Costa Concordia è senza dubbio un disastro grave che deve, innanzitutto, suscitare rispetto e silenzio per le vittime – passeggeri e membri dell’equipaggio - e stimolare riflessioni sulle procedure di navigazione, l’organizzazione di bordo, perfino il rispetto dei litorali e dei parchi marini.
Troppo è stato detto e scritto, in verità non sempre con equilibrio, sulla sciagura, sul comportamento dell’equipaggio – eroico fino al sacrificio supremo in molti casi, approssimativo per altri – fino all’eccesso della copertina del germanico Der Spiegel.
La copertina di Der Spiegel
Sono stati rispolverati molti luoghi comuni ingenerosi sull’Italia e sugli italiani, quasi come se una simile disgrazia sia connaturale al nostro spirito e al nostro comportamento abituale.
Invece, ribadito il cordoglio ed il rispetto per le vittime e la condanna per quei comportamenti superficiali che sono alla base dell’incidente, occorre mettere in luce i molti aspetti positivi – questi sì connaturali agli italiani – che innanzitutto hanno fatto in modo che il naufragio non assumesse proporzioni catastrofiche e, comunque, hanno immediatamente portato conforto e assistenza ai superstiti.
Appena dopo l’incidente, la nave ha effettuato una difficile manovra di emergenza che l’ha avvicinata alla costa e lasciata adagiare su uno ‘scalino’, facilitando così l’evacuazione ed evitando l’affondamento. Per ciò va riconosciuta la perizia di chi ha guidato una nave delle dimensioni della “Concordia” e di quanti, poi, si sono adoperati per portare a terra tutti i naufraghi.
Certamente ciascuna vita merita considerazione e massimo deve essere il rispetto per il dolore dei familiari e degli amici delle vittime. Tuttavia, se si considera che a bordo della ‘Concordia’ si trovavano circa 3.200 passeggeri e mille membri dell’equipaggio, esser riusciti a “limitare” le vittime a 34 (su 4.200) può esser considerato come un ulteriore elemento da valutare positivamente.
Al varo della Costa Concordia la bottiglia
di champagne (nell'immagine tra la "A" e la "C") non si ruppe
Non sembrano, inoltre, esser stati sufficientemente enfatizzati i gesti di generosa umanità che volontariamente la popolazione del Giglio ha portato ai naufraghi: il bar che riapre per offrire bevande calde e ristoro, il sacerdote che offre la sua chiesa come bivacco per i superstiti che hanno così potuto trascorrere la notte in un ambiente chiuso e in maniera meno drammatica. Tali comportamenti, che per noi suonano ‘naturali’ non sono comuni a tutti i popoli, molti dei quali, noti per rigidità, sviluppano invece una spiccata tendenza al giudizio negativo per tutti gli altri, italiani in primis!
La stessa Costa Crociere, in poche ore, ha organizzato il ritorno ai propri luoghi di origine di tutti i superstiti mettendo in campo la professionalità dei propri dipendenti nota e apprezzata in tutto il mondo.
Certamente sarà necessario appurare ogni responsabilità e, comunque, adottare tutte le misure e le procedure atte a evitare nuove sciagure determinate da incuria e superficialità. Tuttavia, una maggiore consapevolezza dei molti aspetti positivi (spesso apprezzati all’estero ben più che in Italia!) che ci contraddistinguono può aiutarci non solo nella difesa dell’orgoglio nazionale, ma perfino nel percorso virtuoso che deve portarci fuori dalle secche odierne e restituirci il rango che ci compete.

sabato 21 gennaio 2012

Il bisnonno dell’I-pad

La piacevole ed interessante passeggiata lungo il ‘Singapore River’ – in realtà un braccio di mare che si insinua nell’isola di Singapore e non un fiume, come il nome farebbe pensare – è impreziosita dalla vista dei pregevoli grattacieli del distretto finanziario che sorge al di là del corso d’acqua.
Scultura lungo il Singapore River
Un Mercante utilizza l'Abaco per i suoi calcoli  
La passeggiata è anche abbellita da sculture che rievocano momenti e personaggi importanti della storia di questa Venezia dei nostri tempi: al fianco della statua di Raffles, il fondatore della Città-Stato, vi si trovano sculture che rappresentano i commerci che sin dall’origine hanno caratterizzato Singapore. Una di queste sculture rappresenta un mercante che, intento a verificare talune mercanzie, con perizia maneggia un abaco, esattamente come, fosse una rappresentazione odierna, egli avrebbe tra le mani un I-pad.

Abaco viene dal semitico abq, che significa "polvere", "sabbia" e forse sono stati proprio i popoli della Mesopotamia ad aver inventato questa potente macchina calcolatrice comune ai Maya e agli Egizi, ai Cinesi e ai Romani. Alcuni storici sostengono che l’Abaco abbia già compiuto cinquemila anni!
L’abaco in realtà ha costituito un’importante innovazione rispetto ai sistemi di calcolo antecedenti basati sull’utilizzo di bastoncini, pietruzze, aste con tacche, cordicelle con nodi. I Sumeri (popolo al quale dobbiamo tanto della nostra “moderna” organizzazione) introdussero il principio che attribuiva un diverso valore della cifra secondo la sua posizione, principio ancora utilizzato negli orologi. E l’influenza dei Sumeri è rimasta anche nella suddivisione dell’ora in 60 minuti e dei minuti in 60 secondi, dovendo ancora esser concepito il nostro sistema decimale.
Un Abaco
Il termine viene dal semitico abq che significa polvere, sabbia 
La “romana computatio”, abilità peraltro a noi totalmente sconosciuta, utilizzava le dita delle due mani appoggiate a varie parti del corpo, con la possibilità di indicare i numeri sino a un milione. Di certo, invece, sappiamo che i romani utilizzavano l’abaco per i loro calcoli (termine, peraltro proveniente proprio dal latino "calculi" che sono i "sassolini" che si ponevano in una tavoletta con apposite scanalature) ove le palline superiori valevano cinque unità ciascuna, mentre quelle inferiori una unità. Ogni fila verticale rappresentava valori numerici crescenti partendo dall'ultima, quindi unità, decine, centinaia etc. Muovendo le palline con riporti di tipo semidecimale si potevano eseguire tutte le operazioni di aritmetica, calcolando fino ai milioni, ma anche molte operazioni di algebra, con velocità non eccessivamente diverse da quelle di una moderna calcolatrice tascabile.

Forse l’eleganza e perfino l’immagine garantite dal moderno I-pad non erano assicurate dall’Abaco, tuttavia tale “elementare” strumento ha certamente aiutato lo sviluppo ed il successo di Popoli e Civiltà assolutamente Grandi.

 

sabato 31 dicembre 2011

Addio al 2011

L'anno si apre con una Luna incerta !


Ma la saggezza orientale aiuta ...


... con grazia ...


... anche offrendo un momento di relax ...



L'emozione dell'incontro con il giovane genio Zhang Haochen


e con il Maestro Tsung Yeh



La maestosita' della Porta di Brandeburgo


e la suggestione del lago di Zurigo



A colazione con Fabio Cannavaro



L'anno si chiude con un incontro Reale, con Carlo di Borbone



Il futuro si preannuncia migliore...


A U G U R I   P E R  U N  G R A N D E  2 0 1 2 ! ! !

domenica 11 dicembre 2011

Il Piacere di un Flash Back

Mi hanno fatto un regalo!

Philip, della cui amicizia vado orgoglioso, mi ha donato un’eccezionale carta geografica del ‘600 dell’Africa nord-occidentale, in omaggio alla mia passione per la storia e alla mia permanenza, per oltre quattro anni, in quella regione. Philip è un vero gentiluomo, anzi un gentleman, essendo per metà inglese, di quella razza che sembra essere in via di estinzione e con gratitudine gli riconosco l’opportunità offertami di ritornare a quei luoghi, colmi di storie che si dipanano tra culture e avvenimenti solo apparentemente diversi.
Africa Nord Occidentale nel '600
L’Africa del nord-ovest – oggi regno del Marocco – è una regione ove talune pratiche si perpetuano da più di tremila anni con i medesimi tempi e le stesse cadenze, spesso ancora rispettose dei ritmi della natura. Certamente la regione vanta località belle e famose, capaci di attrarre visitatori esclusivi, proprio per lo charme che le pervade, come può essere la Marrakech di Yves de Saint Laurent o la Tangeri di Tahar Ben Jelloun. Eppure, a me piace ricordare soprattutto una piccola città marinara, importante per i commerci dei fenici, l’orgoglio del potere imperiale romano, l’intraprendenza dei navigatori portoghesi, la voglia di sensazioni piacevoli di Jimi Hendrix e di Bob Marley.

Essaouira, l’antica Mogador, è da sempre famosa per la produzione della porpora, quella utilizzata per i paramenti degli imperatori romani (oro e porpora, ancora oggi i colori di Roma, impropriamente banalizzati in giallo e rosso), costituendo un habitat ideale per la vita dei crostacei murici che ci regalano, per l’appunto, la porpora. I fenici sono stati i primi tintori del Mediterraneo e, sfruttando la produzione e la commercializzazione di tale pregiatissima porpora, impiantarono forse la prima industria dell’intera civiltà del Mediterraneo, anche se saranno le tuniche per gli Imperatori romani a rendere eterna la fama di tale porpora!
Essaouira vista dal mare
Ma dinanzi alle coste di sabbia bianca di Essaouira, oggi paradiso di surfisti ed amanti del sole generoso che bacia quella terra, hanno incrociato navi  fenicie, cartaginesi, romane, arabe, portoghesi, olandesi, inglesi, francesi per incontrare i mercanti provenienti dal centro dell’Africa e le carovane partite da Timbuctù. Piume di struzzo, sale, spezie, alose, zucchero, cereali, porpora, cavalli, oro, stoffe... A Essaouira si trovava tutto ciò che potevano sognare un marinaio o un imperatore. Nella seconda metà del ‘700 si svolgeva ad Essaouira circa il 40% del commercio del Marocco (all’epoca ricco stato indipendentemente che sarà il primo a riconoscere gli Stati Uniti d’America, come testimonia la lettera di ringraziamento di George Washington, conservata a Rabat). 
Jimi Hendrix. La sua visita ad Essaouira ha reso questo luogo
 tappa obbligata  delle carovane hippie  
Ma Essaouira è anche la riserva ove da aprile a ottobre si danno convegno i Falchi di Eleonora per la stagione della loro riproduzione, prima di far ritorno nel Mediterraneo o a sud, fino al Madagascar.

Più recentemente, nell’estate del 1969, la magia di Essaouira ha attratto Jimi Hendrix (che qui avrebbe amato Colette Mimram) e Bob Marley, facendola così divenire una tappa obbligata delle carovane hippie alla ricerca del nirvana. Volentieri si percorrevano le stradine costeggiate da case bianche con le imposte blu e ci si incantava al sottile chiaroscuro della piazzetta di Bab el-Sebaa o nel seguire le esclamazioni dei pescatori intenti a distendere le reti o a scaricare le cassette di pesce argentato, ricche di aromi che stuzzicano le narici. Sulla Skala della Casbah sono ancora allineati i cannoni di Essaouira e proprio questo luogo, emerso dal passato, fu scelto da Orson Welles per girare le scene in esterno del suo Otello.
Magari la sfrenata ricerca estatica della verità propria dell’hippie degli anni andati non è più di moda, ma il piacere di questo flash-back è senza dubbio un gran regalo del mio amico Philip!

domenica 23 ottobre 2011

Da Caterina a Giulia

È nata! Finalmente è nata la figlia del Presidente francese Nicolas Paul Stéphane Sarközy de Nagy-Bocsa e della modella e cantautrice italiana Carla Gilberta Bruni Tedeschi, ereditiera della fortuna creata del nonno, Virginio Bruni Tedeschi, con gli pneumatici Ceat, marchio venduto a Pirelli negli anni 1970 e che ora sopravvive (peraltro con eccellenti performance) in India, in virtù di un accordo che risale a oltre cinquanta anni fa.
In realtà, non è la prima volta che la première dame di Francia proviene dall’Italia. Il precedente illustre risale a cinque secoli fa, quando la quattordicenne Caterina, figlia di Lorenzo II de' Medici duca d'Urbino e di Maddalena de-la-Tour d'Auvergne, andò in sposa a Enrico d’Orleans, il futuro re Enrico II.
Caterina de' Medici (1519-1589)
Caterina era nata a Firenze nel 1519 e perse molto presto ambedue i genitori, divenendo perciò la sola ereditiera di un’immensa ricchezza. Della sua educazione si occupò uno zio paterno, il cardinale Giulio de’ Medici, futuro papa Clemente VII, il quale fece di Caterina una delle donne meglio educate e più istruite del tempo. Quando Caterina aveva quattordici anni, Clemente acconsentì alla richiesta del potentissimo Francesco I di Francia che voleva darla in sposa a suo figlio Enrico d’Orleans.
Il matrimonio fu celebrato a Marsiglia il 27 ottobre 1533. Per impressionare la potente Corte di Francia, Caterina che era piccola di statura (“piccola e snella, con capelli biondi e sottili, non bella in volto, ma con gli occhi caratteristici a tutti i Medici”) si rivolse a degli artigiani fiorentini che prepararono per lei le prime scarpe con tacchi alti. Caterina rese anche popolare l’uso della gorgiera, un rigido colletto pieghettato di dimensioni appariscenti, divenuto essenziale nel guardaroba, maschile e femminile, del nobile del ‘500 e del ‘600.
Educata nelle più ricche e sofisticate corti dell’epoca, Caterina si trovava a disagio per il cattivo odore che sembra emanasse il suo sposo, poco incline alla cura del suo corpo. Perciò impose a corte l’uso di profumi che faceva arrivare principalmente dalla Germania: introdusse così ai francesi l’eau de Cologne. 
Rilevante l'influenza della tradizione
toscana sulla 'Cucina Francese'
Oltre agli innumerevoli servitori (governante, tre cuoche del Mugello, alcuni pasticceri, un gelataio di Urbino, Ruggeri, in precedenza premiato a Firenze per la creazione del dolcetto gelato, che al banchetto nuziale di Marsiglia stupì tutti con il suo "ghiaccio all'acqua inzuccherata e profumata”), al seguito di Caterina giunsero in Francia tutti gli odori, gli ingredienti e le prelibatezze della Toscana, che oggi fanno grande la cucina francese: la salsa colla (la bèchamel, comunemente ritenuta creazione di Luis de Bèchamel, gran ciambellano di Luigi XIV), la zuppa di cipolle (soupe à l'Oignon), il papero con la melangola (evolutosi nel Canard à l'Orange), la rustica frittata (ingentilita nell’omelette), il fegato farcito (fois en peluche), e tutta una serie di verdure (cardi, scalogni, fave, zucchine, sedano, cipolle, carciofi).
Durante il regno del marito, Caterina si occupò poco di politica. Ma alla morte di Enrico si rivelò madre ‘presente’ di ben tre re di Francia (Francesco II, Carlo IX ed Enrico III) e governante abile e spregiudicata nei burrascosi anni delle guerre di religione (ordinò lei la strage degli ugonotti della notte di San Bartolomeo del 1572, dopo la quale fece celebrare un solenne Te Deum di ringraziamento) e delle estenuanti lotte con la Spagna di Filippo II e l'Inghilterra di Elisabetta I.
Ora non sappiamo cosa il destino riserverà alla piccola Giulia, certo il paragone con il precedente è piuttosto impegnativo. Auguri!

 

domenica 9 ottobre 2011

Il Buon Governo

Nel 1689 John Locke pubblica i “Trattati sul Governo”
Lo Stato moderno, cosi come noi lo conosciamo in Occidente da Locke e Montesquieu in poi, si fonda sulla separazione dei poteri, nel presupposto che un equilibrio tra le diverse funzioni garantisca il buon andamento della Cosa-Pubblica. Chiunque abbia il potere tende ad abusarne fin che non trova un limite – era il pensiero di Montesquieu - e, pertanto, per evitare la possibile degenerazione è stata creata quell’architettura che è lo “stato di diritto” per cui la funzione legislativa, quindi la creazioni delle norme atte a regolare il convivere civile, viene esercitata dal Parlamento; la funzione amministrativa, vale a dire l’applicazione delle leggi, è affidata al governo nelle sue diverse espressioni; la funzione giurisdizionale, quindi il garantire il rispetto delle leggi, viene esercitato dal giudice.
L’esperienza recente del Belgio, tuttavia, ha incrinato tali ‘saldi’ principi. Il paese, infatti, ha potuto vivere quasi 500 giorni senza un governo. La “Macchina Statale” ha lavorato senza problemi, paradossalmente sembra addirittura beneficiando dell’assenza di un governo nel pieno delle funzioni: ha ben gestito il semestre di presidenza della Unione Europea, ha garantito una coerente partecipazione all’intervento militare in Libia, ha perfino visto aumentare, seppur in maniera non eccessiva, il PIL.
Il Belgio, senza governo da quasi 500 giorni 
Il Governo “provvisorio” poteva curare i soli ‘affari correnti’ e garantire la continuità dello Stato. Ciò ha tra l’altro comportato un rigore nella politica di bilancio, in quanto ciascun Ministro non poteva che spendere in ogni mese un dodicesimo di quanto stanziato nel bilancio dell’anno precedente, senza facoltà alcuna di assume nuove iniziative di spesa.
Tale situazione ha perfino giovato all’immagine dei funzionari delle varie amministrazioni: abbandonando l’abituale lavoro ‘dietro le quinte’, finalmente hanno potuto prender su se stessi tutti i meriti del buon funzionamento statale ed assurgere a “guardiani del paese e della prosperità”. Hanno perfino sbloccato situazioni vecchie di anni con realizzazioni che lo stallo politico ha consentito di portare a compimento nell’interesse dei cittadini quali, ad esempio, l’archivio elettronico delle pensioni individuali che il Ministero del Welfare rimandava da anni.
Da Bruxelles giunge ora la notizia che alcuni partiti (otto per la precisione) hanno raggiunto un accordo per la formazione di un governo nel pieno delle proprie funzioni e capacità. Pur senza evocare situazioni a noi più vicine, resta forte il quesito su come la popolazione accoglierà il ritorno a un Governo pieno, dopo l’esperienza di “buon governo” resa possibile proprio dall’assenza di un Governo.


venerdì 30 settembre 2011

Un Nobile

Andrew Jackson, il settimo presidente degli Stati Uniti, era un uomo particolarmente perseverante, testardo. Talmente testardo che i suoi avversari repubblicani, nel corso della campagna elettorale del 1828 che lo porterà alla Casa Bianca, lo sminuivano e, irridendolo, lo presentavano come un asinello. Risale proprio a questi episodi l’adozione dell’Asinello a mascotte, a simbolo (non ufficiale, in verità) del Partito Democratico degli Stati Uniti.
L'Asinello è la mascotte del Partito Democratico
Quantunque eclatante, questo non è che uno dei molteplici esempi in cui l’Asino viene usato per insultare. In molte lingue dare dell’asino è una offesa, anche seria, e ancor oggi le ‘orecchie d’asino’ sono irrisioni efficaci. Claudio Bisio ha perfino recitato in “Asini”, un film in cui ragazzi eccessivamente buoni non riescono a star al passo col tumultuoso divenire della società.
E, invece, pur così denigrato, l’Asino è un animale antico e nobile. Le prime notizie (positive!) risalgono a settemila anni fa, presso le civiltà della Mesopotamia. Dal suo nome semitico (Athon) derivano gli appellativi che ritroviamo in innumerevoli lingue mediterranee ed europee: dal greco ònos al latino asinus, dal tedesco asni all’inglese ass, allo slavo osilu, al francese âne, all’arabo hmar. .
Di natura forte e robusta, ma sobrio e frugale, l’Asino è innanzitutto paziente. Talmente paziente da aver consentito all’uomo, nel corso dei secoli, di trattarlo con una rudezza che non si riscontra in nessuna altra relazione dell’uomo verso animali addomesticati. E ciò nonostante l’Asino abbia collaborato allo sviluppo dell’Uomo.
L'asino domestico svolgeva le stesse mansioni del cavallo, pur rimanendo meno costoso accontentandosi di poco, e per tale ragione i contadini più poveri lo preferivano al cavallo, da cui la denominazione di “cavallo del povero”. Ma l’Asino è stato anche un importante mezzo di trasporto sulle strade di montagne e si rivelerà fondamentale in molte battaglie della Prima Guerra Mondiale.
Un esemplare di Asino Ragusano
L’Asino ha perfino recitato un ruolo rilevante nel Vangelo di Gesù: presiede alla Sua nascita, assumendo addirittura l’onere di scaldarlo nella mangiatoia di Betlemme, e sarà proprio cavalcando un puledro d'asina che Gesù entrerà trionfante in Gerusalemme, mentre una grande folla lo osannava. La stessa folla che qualche giorno dopo lo condannerà alla crocifissione, preferendogli Barabba.
E, ancora, l’Asino ci offre il suo latte. Certamente a fini cosmetici (come non ricordare i bagni in latte d’asina di Cleopatra!) ma soprattutto per l’alimentazione, essendo il suo latte il più simile a quello della femmina dell’uomo. Ippocrate lo raccomandava per ogni tipo di problema (avvelenamenti, intossicazioni, dolori articolari, cicatrizzazione delle piaghe) mentre Georges-Louis Leclerc, il conte de Buffon, naturalista e biologo della Francia del ‘700, lo segnala nella sua Storia Naturale. Ai suoi tempi vennero impiantate a Parigi numerose “stalle asinine”, dove le signore eleganti si recavano per ottenere la preziosa bevanda.
Senza scomodare l’Asino d’oro di Lucio Apuleio o la Bibbia con l’Asinella parlante del mago Balaam, si può ricordare l’Asino Lucignolo, il compagno d’avventure di Pinocchio nel paese dei balocchi.
Insomma, proprio un genuino e Nobile Amico dell’Uomo ora ritiratosi in disparte, in questa nostra epoca eccessivamente rude e sbrigativa, perfino per un essere forte e robusto, ma pur sempre sobrio e frugale!


sabato 6 agosto 2011

Altolà: un antico Charlie Check-Point

Nella Berlino di oggi è certamente tra i luoghi cult più visitati e fotografati. Finti soldati americani e sovietici, per qualche euro, acconsentono a farsi riprendere in compagnia di turisti per testimoniare – seppure in maniera burlesca – il superamento delle tensioni degli anni della guerra fredda. Tale “punto di confine” fa volare la mente agli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo e ai mitici scambi di spie (almeno tre) tra i sovietici e gli occidentali, pur se, in verità, tali scambi avvenivano non a Charlie Check-Point ma al Ponte di Glienicker, nei pressi di Potsdam. Celeberrimo quello avvenuto il 10 febbraio 1962 tra Francis Gary Powers, il pilota dell’U-2 abbattuto nei cieli sovietici durante un ‘routinario’ volo di “raccolta di informazioni”, ed il colonnello del KGB Rudolf Ivanovich Abel, nota spia sovietica.
Charlie Check-Point di Berlino: oggi un'attrazione turistica
Tali ‘pratiche’ furono anche celebrate nel 1966 in “Funerale a Berlino”, un pregevole film inglese di spionaggio con Michael Caine.
Nel passato, tuttavia, anche noi abbiamo avuto il nostro Charlie Check-Point: era sul fiume Panaro, in Emilia, ove per secoli è corso il confine tra lo stato pontificio e il ducato degli Estensi. Si chiama Altolà.
Oggi Altolà è una piccola frazione del comune di San Cesario sul Panaro, in provincia di Modena, proprio a ridosso del ponte sull’affluente del Po. Poco distante sorge un caseggiato sul quale ancora oggi troneggia la scritta “Guardone”, che ci piace credere esser esclusivamente la sede del corpo di guardia. Dal lato dello stato pontificio, invece, il primo centro che si incontra è California, anzi la California, come si dice da quelle parti, in maniera evidentemente più rispettosa dell’etimologia latina “calida forma”, zona calda,  rinomata per la produzione di talune varietà di frutta di eccellente qualità.
La storia non ci ha tramandato epici scambi di spie, e neppure di umili prigionieri, avvenuti ad Altolà. La letteratura, invece, ci racconta attraverso la penna di Alessandro Tassoni della “Secchia rapita”, il furto di una secchia da pozzo rapita dai modenesi durante un conflitto con i bolognesi.
Al contrario, resta tutt’oggi assai vivace la rivalità tra le donne di Altolà e quelle della California, quindi tra le discendenti del ducato degli Estensi e quelle dello stato pontificio. Non è chiaro se tale conflitto secolare risalga alla Secchia rapita di Tassoniana memoria, ovvero alla contesa per qualche milite in servizio nel caseggiato detto “Guardone”.