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domenica 17 luglio 2011

Da Aux Villes d'Italie alla Central Retail Corporation

Il 1917 fu un anno davvero difficile, il quarto della ‘Grande Guerra’. Certo Ungaretti compose “Mattina”, una tra le sue più celebri poesie, e la Madonna fece la prima apparizione a Fatima. Ma fu anche l’anno di Caporetto e della Rivoluzione russa.
In quello stesso anno, i fratelli Romualdo e Senatore Borletti rilevarono un grande magazzino di Milano, Aux Villes d’Italie, evoluzione di successo del piccolo negozio creato da Ferdinando Bocconi nel 1865 in via Radegonda, che proponeva solo abbigliamento pronto moda.
Ferdinando Bocconi
I Fratelli Borletti erano abbastanza vicini a Gabriele D’Annunzio e, infatti, saranno tra i principali finanziatori della ”Impresa di Fiume”. Essi collezionavano manoscritti del Vate, sebbene spesso a loro insaputa ‘apocrifi’ giacché il Poeta, sempre attento al lucro, faceva redigere copie dei suoi manoscritti al figlio Gabriellino che aveva imparato alla perfezione la calligrafia barocca del padre. I Borletti affidarono proprio a D’Annunzio la creazione del nome da attribuire alla loro nuova attività, un nome che potesse rappresentare immediatamente l’idea del rilancio dell’azienda e che rievocasse anche le speranze di una nuova Italia.

Il Vate, per poche migliaia di lire (dell’epoca), diede fondo a tutte le sue risorse creative e generò il nome “La Rinascente”, accompagnato dal motto “L'Italia nova impressa in ogni foggia”.
Peraltro, a tale nuovo nome fu associato un ulteriore significato dopo il dramma della notte di Natale 1918, il primo di pace, quando un corto circuito mandò a fuoco il Grande Magazzino appena rinnovato, obbligando i Borletti ad una nuova ‘rinascita’.
Un Poster realizzato da Marcello Dudovich
Con gli anni La Rinascente divenne un’azienda di grande successo e prestigio che, sospinta dalle campagne pubblicitarie di Marcello Dudovich, velocemente estese la sua presenza anche in altre città italiane. Nel 1928, inoltre, fu introdotto l’Upim, un magazzino a prezzo fisso, con prodotti che andavano da una a quattro lire, proprio per coprire anche un segmento di mercato meno sofisticato. Bisognerà, invece, attendere gli anni ’60 perché la diversificazione tocchi anche i generi alimentari, con l’apertura dei Supermercati Sma.
Il Gruppo La Rinascente era diventato non solo l’ammiraglia della grande distribuzione in Italia, ma costituiva anche un ricco asset, tale da interessare, con fasi altalenanti in verità, la famiglia Agnelli. Negli ultimi trent’anni la proprietà del Gruppo è passata varie volte di mano, senza mai perdere però l’appetibilità che deriva dalla sua storia di successo, dal suo nome, dalla sua articolazione.
Ecco, quindi, le ragioni dell’acquisto della Rinascente da parte della tailandese Central Retail Corporation: il gruppo – colosso particolarmente attivo nella grande distribuzione, nell’ospitalità e nell’immobiliare, con ricavi nel 2010 per 3,5 miliardi di dollari – per 260 milioni di euro (il prezzo fissato per l’acquisto) sarà in grado di avvalersi anche della Rinascente e del “made in Italy” per realizzare la propria strategia di espansione in Asia.
Sembra, peraltro, ripetersi la storia di Ferdinando Bocconi: la Central Retail Corporation data l’inizio della sua attività al 1947, quando il fondatore Tiang Chirativat aprì un negozio nel quartiere cinese di Bangkok.

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sabato 9 luglio 2011

In Memoria ?

Chi può dire se ottantacinque anni sono pochi, o molti, per morire? E poi, chi può stabilire una causa giusta per una morte?
Ha mancato l’ottantacinquesimo compleanno per soli tre giorni: infatti, era nato il 9 luglio 1926 e ha rappresentato subito una sfida imponente e prestigiosa. Alberto, suo padre, voleva che il neonato contribuisse alla crescita ma, soprattutto, desiderava che fosse innovativo, che riuscisse ad imprimere una svolta sostanziale e strutturale al modo di essere e costruire un futuro radioso, anche fuori casa.
Alberto Pirelli

Sin da giovane gli furono attribuiti incarichi importanti e totalmente nuovi, soprattutto per quei tempi. Capace di coniugare la qualità (decenni prima che il tema divenisse patrimonio condiviso) con la ricerca del nuovo, così da superare le impellenti necessità dettate dall’autarchia.
Ma fu il dopoguerra ad imprimergli il fantastico slancio che lo proiettò sulla scena internazionale sulla quale diventò di casa, in paesi e scenari radicalmente nuovi, riuscendo sempre a vincere le sfide dei tempi e in ciascun teatro.
E poi capì e seppe interpretare magicamente, e ben prima di tutti gli altri, le caratteristiche del mondo che cambiava. In quegli anni ‘miracolosi’, grazie a guide illuminate e compagni di viaggio straordinari, trovava la ricetta giusta per ogni situazione e per ogni nuova sfida. Quando lo scenario si fece veramente difficile, s’inventò la pazza idea che sfoggiare il lusso potesse pagare gli acquisti del necessario. Era ammirato e rispettato per la sua autorevolezza!
Poi il mondo cominciò a mutare ancora e una nuova classe - rozza e sbrigativa, in verità – si affacciò sulla scena, portando ‘valori’ nuovi, ruvidi. Lui rimase sempre più solo, altero nella sicurezza che gli derivava dalla sua visione strategica e lungimirante, forte di conoscenza e professionalità che, tuttavia, poco interessavano ai profeti di un “pragmatismo” eccessivo ed anche effimero, maestri di parole belle ma totalmente vuote.
La morte lo ha colto al culmine della solitudine: non era strumentale per i nuovi portatori di interessi invero bassi ed anche volgari, purtroppo gravemente dannosi per tutti. Restano, tuttavia, profonde ed indelebili i suoi saperi e i suoi strumenti, germogli certi per una nuova primavera che, forse non imminente, sarà ineluttabile e necessaria.

P.S. Alberto Pirelli, il 9 luglio 1926, fu il primo Presidente dell’Istituto Nazionale Esportazioni INE con la missione di declinare l’esperienza dell’imprenditore a favore del più vasto interesse generale. Dopo la seconda guerra mondiale, l’INE, divenuto Istituto Commercio Estero ICE, si proiettò su tutti i mercati mondiali, nei cinque continenti. Dopo la sede di Amburgo (1930), vennero Londra (1936), Johannesburg (1955), Singapore (1959), Pechino (1965), Lagos (1967) e via via fino ai 115 uffici nel mondo del 2011.

Fondamentale strumento della politica commerciale all’estero, l’ICE attraverso Uomini straordinari ed illuminati professionisti (Gronghi, Vanoni, Merzagora, Massacesi, per non citare che pochi dei suoi presidenti) contribuì grandemente allo sviluppo di positive relazioni commerciali con i nuovi attori che uscivano dalla decolonizzazione e con gli stessi paesi del blocco comunista. L’Ufficio ICE nella Pechino di Mao fu aperto molti anni prima dell’Ambasciata d’Italia e, negli stessi anni, sofisticate tecniche di marketing accompagnavano nei mercati più avanzati dell’Occidente, ma anche dell’Asia, le nostre aziende del lusso (moda, pelletteria, calzature, mobile, gioielleria, etc.), unitamente alle imprese dell’eccellenza meccanica, consentendo così di far fronte alla sempre più esosa bolletta energetica.
Negli anni più recenti, invece di far ricorso ai saperi che derivavano dall’autorevolezza goduta sui mercati internazionali grazie a professionalità e best practices da eccellenza che invitavano a scelte coraggiose e di maggior respiro, l’ICE veniva sempre più soffocato, perché non “strumentale” nel grigio dilagare del rozzo pragmatismo odierno.
Restano, tuttavia, forti e solidi i germogli dei saperi cui, in un futuro forse nemmeno eccessivamente lontano, occorrerà rivolgersi per rendere un servizio vero e reale ad un sistema paese troppo fragile di fronte al mondo pervaso dalla globalizzazione.

sabato 25 giugno 2011

In Principio era il Bestiame

 Tito Livio, il grande storico romano, ci ha tramandato la vicenda del primo sacco di Roma. Il 18 luglio del 390 a.C., nei pressi del fiume Allia, i Romani furono sconfitti dai Galli di Brenno che, quindi, poterono agevolmente entrare e saccheggiare Roma. Solo il Campidoglio resistette, anche al successivo assedio durato qualche mese.
Proprio durante l'assedio, un attacco notturno dei galli fu sventato grazie allo starnazzare delle oche del Campidoglio che in tal modo lanciarono l’allarme e richiamarono i soldati. Tali oche erano tenute nel sacro recinto del tempio di Giunone e per gratitudine alla dea protettrice, nel 353 prese avvio la costruzione del tempio a Giunone Moneta (cioè Giunone l’ammonitrice, Giunone che mette in guardia) ove, peraltro, ebbe anche sede la prima zecca, “officina moneta”, proprio dal nome del tempio. Ecco perché oggi noi chiamiamo il denaro moneta, gli inglesi money, i francesi monnaie.

Le grandi civiltà dell’antichità preromana non avevano ancora inventato il denaro che sarà introdotto, verso l’ottavo secolo a.C., da mercanti greci sotto forma di lingotti in metallo marchiati dalla “casa” emittente, a garanzia del peso e quindi del valore. I commerci avvenivano essenzialmente attraverso il baratto, lo scambio di merce contro merce. Uno dei beni più di frequente scambiato era il bestiame che, nell’intero Mediterraneo, divenne la merce di riferimento per ogni baratto. Deriva da ciò il termine “capitale” - e quindi capitalismo – essendo ‘capita’ il plurale di capus, cioè capo (di bestiame). Ed anche pecunia, denaro, deriva da pecus, bestiame.
La prima moneta romana fu di bronzo, ma Plinio il Vecchio ci informa che già nel 269 a.C. veniva coniato il “denario” in argento con i suoi sottomultipli quinario e sesterzio. Ben presto, inoltre, le divinità che in origine venivano rappresentate sul dritto delle varie monete per glorificare i protettori dell’Urbe, cominciarono ad esser sostituite da avvenimenti bellici o religiosi, quando non direttamente da effigi di personalità della famiglia dei magistrati che firmavano la moneta. Era nata una nuova e più efficace forma di propaganda!

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sabato 19 febbraio 2011

Leggere e Interpretare i Numeri

Sebbene ampiamente prevista, ha suscitato ampio scalpore la notizia che la Cina, nel 2010, ha superato in prodotto interno lordo il Giappone ed è divenuta la seconda economia mondiale. In termini nominali, infatti, il PIL della Cina, pari a 5.878 miliardi di dollari, ha superato i 5.474 miliardi di dollari del PIL giapponese, pur restando ben distante dai 14.870 miliardi di dollari degli Stati Uniti che, quindi, producono ancora quasi un quarto della ricchezza mondiale.

Si può, tuttavia, facilmente obiettare che tale particolare rilevazione non tiene conto di importanti fattori che vanno oltre la pura economia. Sembrerebbe, quindi, più coerente valutare più che la ricchezza nominale di un determinato paese, la possibilità di ciascun cittadino di godere di tale ricchezza, considerando, quindi, il reddito procapite. In tal caso, la Cina con 7.518 dollari procapite, si colloca al 92mo posto al mondo, quindi a livelli simili a paesi quali la Bosnia, El Salvador, l’Albania e ben lontano, non solo dagli oltre 80mila dollari procapite del Qatar e del Lussemburgo, o dai 57mila dollari procapite di Singapore (terzo paese al mondo), ma anche dai 47mila dollari procapite degli Stati Uniti (sesto), dai 34mila dollari procapite del Giappone (ventiquattresimo), dai 29mila dell’Italia (ventisettesimo).
Ma anche un altro aspetto peculiare va considerato: il PIL è definito come il valore dei beni e dei servizi prodotti in un determinato paese. Esso, quindi, comprende e cresce anche grazie ad attività per loro natura non positive (inquinamento, costi sociali, danni ambientali, perfino attività criminali o programmi televisivi che enfatizzano la violenza), escludendo una serie di rapporti economici “gratuiti” (per esempio quelli interni alla famiglia o legati al volontariato) e non tenendo in nessun conto la qualità della vita, la considerazione per l’ambiente, il rispetto dei diritti umani, la soddisfazione per la propria vita, la stessa sostenibilità della crescita.
In sostanza, più che appassionarsi a considerazioni che riducono questi temi a banali tornei sportivi per i quali si compilano graduatorie improbabili, sembra ben più opportuno sviluppare sensibilità e attenzioni (e se proprio lo si desidera, anche stilare graduatorie e classifiche) che considerino innanzitutto la sostenibilità dello sviluppo, la qualità della vita, perfino la felicità delle persone. Insomma, considerare innanzitutto tutto ciò che rende la vita degna di esser vissuta.




sabato 26 giugno 2010

Il Paradosso

L’aspetto più paradossale delle speculazioni finanziarie scatenate ai danni di talune economie europee - e dello stesso Euro - risiede nell’utilizzo per tali assalti degli immensi capitali che, a seguito della ‘Tempesta’ del 2008, le Banche Centrali avevano immesso quasi gratuitamente nel sistema mondiale, con la finalità di scongiurare la paralisi dell’economia e perfino di salvare la gran parte dei protagonisti dei mercati finanziari.
Tali generosi interventi hanno contribuito a determinare l’odierna forte debolezza dei bilanci pubblici, in taluni casi vicini alla bancarotta, e allo stesso tempo l’onnipotenza del ‘Mercato’, che dispone di mezzi illimitati per attaccare proprio coloro che hanno messo a disposizione quei capitali oggi utilizzati nei vari assalti.

Paradosso nel paradosso, proprio a causa della debolezza generata dai robusti interventi anti-crisi, oggi i bilanci pubblici avrebbero bisogno di ulteriori sostegni. Invece, a causa dei ‘rally’ speculativi, le autorità sono costrette all’adozione di misure fortemente restrittive, che finiscono con l’enfatizzare ogni aspetto di vulnerablità, che immediatamente diviene nuovo privilegiato obiettivo della speculazione.
In tale scenario, ecco affacciarsi il ‘prelievo’ sugli Istituti Finanziari che alcuni leader mondiali vorrebbero introdurre per far sì che anche le Banche contribuiscano al costo della crisi, peraltro innescata proprio da taluni loro comportamenti ‘superficiali’.
Il dispositivo, che potrebbe esser adotatto perlomeno in sede europea, dovrebbe garantire una “suddivisione equilibrata del fardello della crisi e la creazione di incentivi che limitino rischi futuri”. Angela Merkel, tra gli alfiere principali dell’adozione del ‘prelievo’ sulle banche, ritiene “giusto tassare chi ha messo a rischio il mercato”, perchè vuole evitare che in futuro le banche possano “estorcere” ulteriori risorse agli stati.
C’è solo da augurarsi, per non aggiungere la beffa al paradosso, che il costo del prelievo, qualora adottato, non sia poi scaricato dalle banche sui propri clienti.


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sabato 5 giugno 2010

Il Tofu e la Globalizzazione

In Europa lo hanno introdotto, senza grande successo in verità, i primi missionari di ritorno dall’Oriente a metà dello scorso millennio. Ma il tofu ha circa due mila anni: furono i monaci buddisti, che lo usavano come inibente degli stimoli sessuali, ad avviarne la produzione lasciando macerare in acqua i semi di soia per una notte. Da tali semi, scolati e frullati, si ottiene un liquido biancastro che viene bollito, filtrato, raffreddato e, quindi, unito ad un caglio. Ecco il “formaggio dell’Asia”, caratterizzato dall’assenza di colesterolo e lattosio, oltre che da un ridotto apporto energetico.
Ma, effetto della globalizzazione, a volte il tofu, così assolutamente asiatico, viene prodotto con semi di soia provenienti dal nord America. E ciò suona davvero beffardo: sembra quasi un effetto speculare della globalizzazione che, per contro, ci aveva abituati all’idea, peraltro non sempre apprezzata in Occidente, di dover “cedere” talune produzioni ai paesi emergenti, ove la manodopera a buon mercato consente di contenere in maniera significativa il costo della produzione. La liberalizzazione del commercio, con la conseguente mancanza di barriere doganali, consente infine il massimo beneficio per il consumatore finale, in termini di varietà dell'offerta e di prezzo.
Da noi abbiamo visto crollare in maniera drammatica la remunerazione di talune produzioni agricole (grano, olio, per citarne solo alcune), così come abbiamo assistito all’agonia di interi comparti industriali (si pensi al tessile, ad esempio). Infatti, tali produzioni risultano assai più convenienti, sotto il profilo dei costi e, quindi, dell’offerta finale al consumatore, quando realizzate in paesi emergenti.
Ma tale assioma, ormai comunemente accettato, sembra esser smentito dal caso di quelle aziende, collocate nella regione centrale dell’isola di Giava, che producono ottimo tofu con semi di soia provenienti dagli Stati Uniti. Non è il sovvertimento, ma la conferma del principio base della globalizzazione che premia davvero il prodotto migliore per qualità e per prezzo, indipendentemente dal luogo di origine.
C’è, allora, un futuro anche per tante nostre produzioni agricole ed industriali? Probabilmente si, ma solo se la qualità, il prezzo ed il servizio connesso si rivelano davvero eccellenti e ‘globalmente’ i migliori.

 
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sabato 8 maggio 2010

Una Celebrazione Oscurata

Il 9 maggio ricorre la Festa dell’Europa. Fu in quel giorno del 1950, infatti, che Robert Schuman, Ministro francese degli Affari Esteri, rese pubblica la sua “Dichiarazione” che, dopo secoli di terribili conflitti e sanguinosissime guerre, diede avvio al processo di integrazione dell’Europa.
Schuman rilevava che "la pace mondiale non potrebbe essere

salvaguardata senza iniziative creative all'altezza dei pericoli che ci minacciano" e proponeva la creazione di una “Alta Autorità” sovrannazionale alla quale affidare la gestione delle materie prime che all'epoca erano il presupposto di qualsiasi potenza militare, il carbone e l'acciaio. Cominciava così la “creazione dell’Europa” che, attraverso numerose ed importanti realizzazioni, ci ha portati fino alla moneta comune, l’Euro.
Pensavo di poter – in verità di dover, considerata la generazione “europeista” alla quale appartengo – ricordare e celebrare il sessantenario della Dichiarazione di Schuman. Ed invece le “turbolenze” di questi giorni obbligano ad occuparsi della “tragedia greca”, funesto presagio del collasso di un intero sistema, con il grave quesito sulla tenuta stessa dell’Unione Monetaria e, perfino, dell’Euro.
Il drammatico rogo della banca di Atene, data alle fiamme quale simbolo del potere finanziario, ben rappresenta il tormento di questi giorni e gli immani capitali ‘bruciati’ nelle diverse piazze finanziarie del mondo intero.                                                         
Paghiamo lo scotto della mancanza di interventi strutturali a seguito della “tempesta” originata dalla crisi del ‘subprime’, mentre le medesime agenzie di rating che attribuivano ‘A’ anche triple a fondi di assoluta inconsistenza oggi emettono giudizi trancianti sulle economie di questo o quel paese, scatenando ansie ed ire, oltre e sopratutto, a non limpide speculazioni sui mercati.
E il dramma è che all’orizzonte non si intravede nessun nuovo Schuman in grado di proporre “iniziative creative all'altezza dei pericoli che ci minacciano”.


Nella foto Robert Schuman (1886-1963)

venerdì 30 aprile 2010

“Gnomi”

Il giorno 8 febbraio si festeggia san Gerolamo Miani (1486-1537), patrono degli orfani e della gioventù abbandonata. Quest’anno cadeva di lunedi e – secondo un’inchiesta del Department of Justice degli Stati Uniti - quella sera, a Manhattan, ha avuto luogo una cena a cui hanno preso parte i più importanti ‘hedge fund’ (Soros, Paulson, Grenlight, Sac capital) nel corso della quale sarebbe stato deciso l’attacco speculativo all'Euro. Il giorno dopo, martedi 9 febbraio, al Chicago Mercantile Exchange i contratti futures che scommettevano su un tracollo dell'euro sono schizzati a oltre 54.000. Un record storico, alla base dell’apprensione con la quale oggi guardiamo alla sorte della Grecia e dell’Euro e, sopratutto, allo stesso destino prossimo della nostra economia nazionale e, perfino, familiare e personale.
Tale vicenda, comunque per nulla nuova, consente un excursus sulle prime riunioni degli ‘gnomi’, alle origini del mercantilismo moderno.
Strano a dirsi, ma il capitalismo moderno mosse i primi passi in Italia ove furono concepite le prime banche e le prime imprese modernamente strutturate.
Furono gli italiani (veneziani e toscani su tutti) a spingersi fino a Bruges, visto che tale città costituiva l’ideale punto di incontro tra i due imperi commerciali dell’epoca: quello del Mediterraneo e quello delle città Anseatiche.
In particolare, erano i locandieri che spesso assumevano la funzione di intermediazione (di broker, diremmo oggi) visto che potevano offrire ai mercanti non solo alloggio, ma anche una sorta di servizio di rappresentanza. Tra tali locandieri un ruolo preminente lo assunse Robert Van der Buerse, di una nota famiglia di locandieri che da cinque generazioni gestiva ‘Ter Buerse’, una locanda di cui si ha notizia certa sin dal 1285 e che diede il nome alla piazza antistante.
Nel XIV secolo tale Piazza divenne il centro pulsante del commercio e della finanza di Bruges, tanto da esser riportata nella Guida al commercio di Pegolotti (1340) come importante riferimento anche per i mercati inglesi ed italiani.
I Locandieri divenivano sempre più broker: raccoglievano e davano sistematicità alle informazioni che i mercanti di passaggio loro affidavano sulla situazione economica, sulla politica dei vari paesi, sulla situazione dei differenti mercati. Già nel 1370 nella piazza di Bruges venivano annunciati ad orari determinati i tassi di cambio, mentre nel 1400 venivano comunicati i tassi praticati sulle altre principali piazze d’Europa come Barcellona, Venezia, Londra e Parigi. La funzione della Piazza Ter Buerse aveva assunto tale rilevanza che, nonostante fosse pubblica, durante le ore di negoziazione veniva proibito l’accesso ai mendicanti ed ai vagabondi.
Il tedesco Hieronymus Muenze nel suo diario di viaggio del 1495 annota le “riunioni dei mercanti nella Piazza di Bruges che è denominata De Beurse”. Nel secolo successivo il declino di Bruges fece spostare il centro finanziario ad Anversa, tuttavia non mutò il nome di “Beurse” che, al contrario, cominciò a diffondersi in Francia, Italia, Spagna e Germania ove fu poi adattato in Bourse, Borsa, Bolsa e Börse. In Inghilterra il termine ‘Burse’ fu in uso fino al 1775, quando tramutò in ‘Royal Exchange’.

Non c’è dubbio che il nome e lo stemma della famiglia Van der Buerse (in cui compaiono delle borse) abbiano giocato un ruolo centrale nell’associare la Piazza di Bruges al moderno concetto di ‘Borsa’, così come è indubitabile il filo che da quella Piazza di Bruges si snoda fino alle ‘turbolenze’ di queste settimane e, chissà, forse perfino alla cena di Manhattan del giorno di san Gerolamo Miani, patrono degli orfani e della gioventù abbandonata.

 
 
Nella immagine accanto, lo stemma della famiglia Van der Buerse.
Sopra, la Borsa di Bruges. 
 
 
 
 
 

sabato 24 aprile 2010

Il Modello Effimero

Circa due anni fa, con riferimento alle invocate riforme istituzionali circolava una battuta: mentre in Italia si discuteva del modello francese contrapposto al modello tedesco, in Francia, con maggior pragmatismo, il

neo-presidente Sarkozy impalmava la Modella italiana. Siamo ora in una situazione del tutto simile.
Discutiamo con animosità sulla opportunità che l’insegna dei negozi sia in dialetto locale e, eventualmente, anche in una lingua ufficiale comunitaria (compreso, quindi, l’italiano) e non riusciamo a soffermarci su elementi che, evidentemente, appaiono modesti ed insignificanti.
Giappone, Cina, India, Corea ed i Paesi del Sud Est Asiatico già oggi producono oltre il 30% della ricchezza mondiale e da loro proviene il 28% delle esportazioni globali. Noi stessi abbiamo fatto della Cina il nostro terzo paese fornitore. Intanto, i turisti cinesi non solo stanno diventando i più numerosi ma, per esempio in Francia, spendono il doppio dei turisti americani.
Ciò mentre noi preferiamo discettare sulla differenza tra il dialetto trevigiano e quello padovano senza, naturalmente, dimenticare le fondamentali differenze tra il bergamasco ed il bresciano.
È certamente sacrosanta la valorizzazione delle proprie origini e delle proprie radici (vere, non fasulle!), ma uno sguardo un po’ più in là del nostro naso potrebbe consentirci di meglio comprendere e decodificare i cambiamenti in atto ed intercettare alcuni importanti flussi di innovazione, veri creatori di benessere.


Nell’immagine Carla Bruni, première Dame de France

domenica 17 gennaio 2010

La Prospettiva ...

Caro Mass,
la Cina è divenuta la prima esportatrice mondiale, davanti alla Germania! Nei primi 11 mesi del 2009, da gennaio a novembre, le esportazioni cinesi hanno infatti raggiunto un totale di 748 miliardi di euro, mentre quelle tedesche si sono attestate a 735 miliardi di euro.
Non è, naturalmente, una questione di graduatoria nè di numeri, sebbene da interpretare. Si tratta, piuttosto, di prender atto della crescita impetuosa della Cina e più in generale dell’Asia, ma sopratutto constatare che quella parte del mondo sta venendo fuori dalla tempesta globale più velocemente e – sembrerebbe – prescindendo dall’Europa e dall’America.
Allora, il punto mi sembra essere: è in grado l’Asia di sostenere a lungo la crescita, senza il concorso del Nord America e dell’Europa? E, in maggiore prospettiva, è in grado l’Asia di assumere la leadership dell’economia globale?
Un caro saluto
P. Agora

domenica 13 dicembre 2009

Le Città Intelligenti

La Conferenza di Copenaghen sull’ambiente ha attirato l’attenzione generale sui temi della salvaguardia del pianeta. Tuttavia, mentre ad una prima analisi si può pervenire all’idea che all’origine dei problemi ambientali ci sia lo sviluppo impetuoso che ha caratterizzato gli ultimi decenni, la realtà ci dice che il punto centrale è piuttosto legato ai metodi ed alla gestione dei processi di sviluppo.
Sono numerosi gli esempi di città – cosidette ‘intelligenti” – che riescono a coniugare lo sviluppo più avanzato con una qualità della vita particolarmente pregiata, ove i valori “verdi” e della sostenibilità vengono affiancati ad efficienti pratiche di trasporto pubblico e significative presenze imprenditoriali.
Amsterdam, la città “intelligente” a noi più vicina, raggiunge con i dintorni 1,2 milioni di abitanti e resta una delle capitali finanziarie e commerciali mondiali. Vi hanno sede sette tra le maggiori 500 aziende globali (Philips a ING su tutte) attratte anche dalla moderata tassazione, dalla popolazione ben istruita e multilinguistica, dalla mancanza di corruzione. L’aeroporto di Schipol, a soli venti minuti dal centro, è il terzo in Europa per numero di passeggeri, ma si caratterizza per un’atmosfera ben diversa da Londra o Parigi.
Singapore è da molti considerata l’erede del XXI secolo della Venzia del 1400. Vi operano circa 6mila multinazionali, è considerata il miglior posto al mondo per facilità di business, vanta rapporti profondi e privilegiati con le grandi economie asiatiche e mondiali, il porto è il primo al mondo per movimentazione di container (quasi 30 milioni all’anno) e l’aeroporto di Changi è certamente un gioiello di architettura ed efficienza.
Curitiba nel sud del Brasile, famosa per esser innovativa in tutto, e Monterrey in Messico, con i suoi 57 parchi industriali, dimostrano che il primato delle “smart city” non appartiene in via esclusiva al mondo più avanzato.
Oltre al menare orgoglio per la loro sensibilità al verde e all’ambiente, tali città dimostrano la propria “intelligenza” con scelte economiche e di sviluppo fatte di buonsenso, di coraggio e di abilità nella pratica della scala di valori che si sono date.

domenica 19 luglio 2009

Se Seicento Anni Vi Sembran Pochi

Alcune recenti inziative della Banca d’Italia nei confronti di Zopa hanno portato all’attenzione del grande pubblico l’emergere, anche in Italia, di un fenomeno – il prestito sociale – che ha già qualche anno di vita in diversi altri paesi, evidentemente più inclini a nuove pratiche mercantili ed anche sociali.
In sostanza il “social lending” utilizza la rete per mettere in contatto chi offre una somma di denaro con chi ha bisogno di contrarre un prestito. L’intemediario (in Italia fin’ora la britannica Zopa e l’olandese Boober) attribuisce un “rating” di solvibilità al richiedente e “spalma” in numerosissime operazioni il capitale offerto dal prestatore, in maniera da ridurre notevolmente il rischio per colui che offre il proprio denaro. I due attori stabiliscono direttamente le condizioni in termini di durata, tasso etc, che quindi mutano continuamente.
In realtà tale pratica non è per nulla nuova, se solo si risale alla funzione svolta nel passato da certe comunità ed etnie, in maniera da poter aggirare le proibizioni imposte agli appartenenti a determinate fedi religiose che proibisconono il prestito con interessi.
Sta di fatto che l’affermarsi di comunità virtuali anche per i prestiti suona anche come una bocciatura per il sistema bancario ed il ruolo non secondario svolto da certe banche nel pervenire alla situazione che ha determinato la crisi nella quale il mondo intero si dibatte.
C’è chi ha rilevato come la banca moderna – concepita in Toscana circa 600 anni fa – abbia impiegato sei secoli per offrire un servizio a cui ricorre meno di un terzo della popolazione mondiale. Il telefono cellulare, nato solo trentanni fa, è già utilizzato con soddisfazione dai due terzi della popolazione mondiale!

mercoledì 15 luglio 2009

Petimus Bene Vivere

Caro Mass,
permettimi di intervenire a commento del tuo interessante post sugli effetti della crisi, o meglio sul tuo quesito inespresso se la crisi non rischi in realtà di lasciare le cose come stavano, senza quella funzione catartica che molti, invece, prevedono e perfino si attendono dalla presente Tempesta, come tu la chiami.
Gianni Riotta ha recentemente ricordato come già vent’anni fa Fukuyama aveva intuito che le ideologie figlie della Rivoluzione Francese declinavano allo schiudersi dell’era informatica. Abbiamo assistito, in un volgere evidentemente troppo breve, al tumultuoso passare di un miliardo di esseri umani dalla fame a uno stato più dignitoso e mezzo miliardo di loro, tra Cina ed India, divenire ceto medio. Per costoro ieri il miraggio era una ciotola di riso oggi il sogno (spesso realizzabile) si chiama Louis Vuitton o Prada.
Ma nel contempo il mondo, perduto il proprio ordine e, forse, perfino le potenze egemoniche ma stabilizzanti, si dibatte nella ricerca di un nuovo ordine planetario per uscire dal presente caos.
Mai più di oggi suona appropriata la saggezza di Orazio, Strenua nos exercet inertia: navibus atque quadrigis petimus bene vivere... (Un'inerzia irriducibile ci frustra e andiamo per mari e terre inseguendo la felicità…)
Un caro saluto
P. Agora

domenica 12 luglio 2009

Gli Effetti della Crisi ?

Singapore, a giusto titolo considerata una delle più importanti economie di servizi, ha deliberatamente scelto di mantenere almeno ad un quinto il contributo alla composizione del Prodotto Interno Lordo dal settore industriale. E’ un dato importante se, ad esempio, si considera che nel Regno Unito meno del 14% del Pil proviene dalla produzione di beni.

Quindi, la tendenza alla “terziarizzazione” sembra compiuta e non meraviglia la composizione della classifica 2009 delle principali 500 aziende al mondo che Fortune redige annualmente.

Ai primi posti si collocano - con fatturati ed utili ben superiori alla maggior parte degli Stati del mondo – aziende petrolifere (ben sette tra le prime nove) e di servizi (distribuzione organizzata, assicurazioni, banche). Solo al decimo posto troviamo la prima impresa industriale, la giapponese Toyota, peraltro solo al 30˚ posto per numero di dipendenti.

Non può sorprendere, ovviamente, l’importanza sempre maggiore che assumono le imprese delle tecnologie. Dopo le “scontate” General Electric (dosicesima) e Siemens (trentesima), si afferma la HP, al trentaduesimo posto con 120 miliardi di dollari di fatturato ed utili ben superiori ad una “manovra” finanziaria italiana. HP, Hewlett e Packard: ricordate i due giovani studenti che nemmeno trent’anni fa, in un garage della periferia di Los Angeles, avevano intuito che il computer non era una macchina per la gestione di gigantesche burocrazie, ma poteva servire per comunicare tra individui?.

E l’Italia? Sono dieci le aziende italiane nella classifica di Fortune. Forse non male per un paese che ha eletto le medie e le piccole imprese ad icona del proprio modello di sviluppo. Dopo l’ENI (17ˆ non solo grazie ai picchi del prezzo del petrolio registrati lo scorso anno), vi si trovano Generali, Uncredit, Enel e Fiat.

Ma una domanda aleggia prepotente: è questa la scala dei “valori” delineata dalla “Tempesta” provocata dalla crisi nel quale il mondo si dibatte?

giovedì 7 maggio 2009

La Scimmia e lo Scimpanzé

Ho avuto la fortuna (perché di questo si tratta) di assistere ad un seminario svolto da uno straordinario professore del Kennedy Institute dell’Università di Harvard, in occasione dell’Assemblea Annuale di un primario Organismo Internazionale alla quale ho avuto l’onore di partecipare, in una meravigliosa isola in Asia.
Il Professore, già Ministro delle Finanze di un importante paese dell’America Latina, ha svolto il suo seminario sul tema della diversità della distribuzione della ricchezza tra i diversi paesi e le ragioni dello sviluppo ineguale, anzi sempre piu ineguale.
Il geniale Professore si è servito, per la sua avvincente illustrazione, di un suo modello basato sulla teoria che io qui chiamo della Scimmia.
Partendo da osservazioni risalenti anche ai classici del pensiero economico, il Professore ha sostenuto che in realtà lo sviluppo (di nuove idee, di nuove ricerche, dell’applicazione dei risultati di tali nuove ricerche, etc,) beneficia della contaminazione che deriva ed è determinata dalla prossimità. In Finlandia, la produzione del legno, che avrebbe potuto portare semplicemente allo sviluppo di una fiorente industria del mobile, è stata alla base di un processo di sviluppo tecnologico (macchine per il taglio e la prima lavorazione del legno sempre più evolute e sofisticate, con tecnologie poi applicabili anche ad altri settori) che è approdato alla Nokia, uno dei giganti non solo della telefonia mobile ma sopratutto della ricerca e dello sviluppo di nuove tecnologie.
Parimenti, quindi, grazie alla prossimità, si assisite allo sviluppo di nuove tecnologie, nuovi prodotti, nuove industrie in luoghi ove già sussiste un humus che, contaminato, fa germogliare tali semi.
Il Professore ha, quindi, suggestivamente sostenuto che il mondo (economico) è equiparabile ad una foresta: tanto più sono vicini i vari alberi (paesi, regioni, industrie) tanto più facilmente la Scimmia (lo sviluppo, la ricerca, le nuove tecnologie) salta da un albero all’altro. Ciò spiega la concentrazione non della ricerca ma della sua applicazione in paesi ed aree già e sempre più sviluppati.
Un signore del pubblico, proveniente da un importante paese in via di sviluppo, ha chiesto all’illustre Professore cosa prevedesse il suo modello qualora nel suo percorso di salti da un albero all’altro la Scimmia sia impedita nel suo approdo ad un determinato albero sul quale si è installato un grande Scimpanzé. Molto più modestamente mi sono domandato quali possano esser i vincoli che taluni aspetti culturali e perfino religiosi possono giocare nello svolgimento del percorso della Scimmia saltellante.
Ho lasciato il seminario inebriato dalla sapienza dell’oratore. Eppure un quesito sin da allora non mi abbandona. La teoria del Professore è assolutamente affascinante e fondata. Tuttavia, ho quasi il timore che il modello sia troppo perfetto ed eccessivamente rigido. E la rigidità di modelli sofisticati e perfetti ha portato alla crisi nella quale il mondo di oggi si dibatte. Forse, talune variabili (di ordine culturale, sociale, etc.) che sfuggono alla perfezione di algoritmi e modelli matematici tanto sofisticati giocano alla fine un ruolo assai più decisivo di quanto lo schema stesso non consideri. La bolla finanziaria, in un mondo perfetto che non aveva bisogno di regole, che sembrava aver abbattuto ogni barriera che potesse ostacolare il proprio spaventoso sviluppo globale……

domenica 26 aprile 2009

Una Rondine Non Fa Primavera !

Personalità anche molto autorevoli, negli ultimi giorni, hanno reso dichiarazioni positive, quando non ottimistiche, circa l’evoluzione della crisi. Sembra quasi che il peggio sia passato e che siamo sul punto di venirne fuori. D’altra parte anche le borse sembrano portare argomenti a tali “osservatori”.
Il Dow Jones, sebbene ancora in negativo di oltre 8 punti rispetto all’inizio dell’anno, negli ultimi due mesi ha recuperato oltre il 14%. Il Nasdaq ha fatto perfino meglio avendo guadagnato circa un terzo negli ultimi due mesi, confermando la netta ripresa negli ultimi sei mesi. Il nostro Mibtel ha guadagnato oltre il 18% tra marzo ed aprile e mostra un segno positivo per il 2009. Limitatamente al mercato italiano, e tralasciando casi particolari come Fiat o Unicredit, o le grandi imprese come Eni o Generali, la solida impresa italiana le Brembo, le Campari, le Delonghi, le Geox, le Luxottica etc. segnano tutte crescite importanti (tra il 20 ed il 50%) nel “rally” degli ultimi due mesi e mostrano un segno positivo, sebbene più contenuto, rispetto ad inizio anno.
Tuttavia, anche su tale terreno l’ottimismo che sembra diffondersi non pare fondato. Il “rivalutato” indice Dow Jones di oggi rappresenta solo il 58% del valore di due anni fa; il Nasdaq è ancora il 53% di ventiquattro mesi fa, il nostro Mibtel è largamente sotto la metà rispetto ai valori della primavera del 2007. E le stesse imprese sopracitate, che costituiscono esempi positivi della solida struttura industriale del nostro paese, vedono il proprio valore pari al 30 o al 40% del listino di due anni fa.
Ma sono le analisi sull’andamento dell’economia reale che non lasciano spazio a particolari entusiasmi. Il Fondo Monetario Internazionale prevede per il 2009 una contrazione dell’economia europea di quattro punti. Considerato che l’economia europea rappresenta circa un terzo di quella mondiale, tale contrazione costituirà un oggettivo vincolo all’andamento globale. Da noi, dovremo aspettarci un ulteriore effetto negativo dovuto al mix del calo delle entrate fiscali, dovuto proprio al rallentamento dell’economia, e dell’andamento della spesa pubblica che produrrà un ulteriore aumento del debito che, a fine anno, supererà il 120% del Pil.
A livello globale, inoltre, restano ancora irrisolti i grandi nodi relativi alle ragioni profonde che hanno determinato tale tempesta e alle risorse necessarie (chi paga?? E con quali soldi??) per le risposte strutturali alle radici stesse di questa crisi. E quale economia farà da locomotiva alla ripresa? Il ruolo degli Stati Uniti uscirà rafforzato o indebolito? E la Cina e l’Asia saranno pronte per avviarsi alla leadership mondiale?
E poi, non sembra che sia ancora divenuta comune e condivisa la visione nuova del mondo verso il quale dovremo incamminarci. Valori quali la salvaguardia dell’ambiente, la predilezione di energie nuove e rinnovabili, una globalizzazione più rispettosa delle “culture regionali”, una valorizzazione del ruolo della donna, una qualità della vita elevata ma rispettosa del nostro piccolo pianeta sono tutti temi che ancora aspettano risposte e scelte generali e condivise.
Certamente fa piacere il rally borsistico di queste settimane ma, ci insegnano i vecchi saggi, una rondine non fa primavera!

domenica 7 dicembre 2008

Krisis – Wei ji

Crisi , certamente tra le parole più usate in queste settimane, viene dal greco krisis che significa separazione, scelta, giudizio. Trovo stupefacente e davvero interessante che la medesima parola, crisi, in cinese si dica wei ji, composta da due ideogrammi il primo dei quali, wei, significa pericolo mentre il secondo, ji, indica l’opportunità. Due culture così distanti sotto numerosi profili (a cominciare dal porre al centro l’individuo in Grecia e la società in Cina) attribuiscono il medesimo sottile significato alla ‘crisi’.

Ed infatti l’odierna ‘tempesta’ ci pone proprio di fronte ad un giudizio, ad una scelta proponendoci delle opportunità. Sono in molti a concordare sulla fine di un ciclo storico-economico che, iniziato con il crollo del comunismo e caratterizzato da un estremo, forse eccessivo, liberalismo, ci ha regalato elevati e diffusi livelli di benessere. Su di un piano più generale, abbiamo assistito all’affermarsi sulla scena economica e politica internazionale di nuovi attori: Cina, India ed in minor misura Brasile si sono affiancati a “vecchie” prime donne, quali i paesi occidentali, ed a meno recenti protagonisti, principalmente asiatici.

In un crescendo di effervescenza ed euforia sono quindi cresciute le domande di prodotti primari, innanzitutto alimentari ed energetici, e simboli di benessere (alta moda, lifestyle) in un contesto di crescita, o presunta tale, che sembrava inarrestabile e, comunque, capace di autocorreggere le proprie storture.

Poi il risveglio, non indolore, con questa crisi.

In poche settimane, il panorama sembra totalmente cambiato. Le cinque onnipotenti banche d’affari internazionali non esistono più. Primarie banche multinazionali che hanno perduto in pochi mesi fino ai quattro quinti della propria capitalizzazione, ed aziende industriali di prim’ordine “accettano” volentieri l’intervento degli Stati, il settore pubblico è nuovamente chiamato a sviluppare pratiche Keynesiane, tutti siamo impauriti di fronte alle conseguenze di difficile prevedibilità di questa crisi globale.

E, tuttavia, è proprio questo il momento delle scelte e delle opportunità, il vero significato della “crisi”. Il mondo che verrà fuori da questa fase sarà caratterizzato da Regioni fortemente integrate al proprio interno, ma forse piuttosto concorrenziali tra loro. Conosceremo probabilmente uno sviluppo meno impetuoso (ma non per questo meno importante ed equilibrato e sano) ma tutti noi saremo chiamati ad alcune ferme decisioni e perfino a nuovi modelli di comportamento e di stile di vita. Dovremo forse praticare, anche nel nostro piccolo quotidiano, comportamenti più virtuosi, per esempio in tema di consumi energetici (è proprio necessario avere ambienti climatizzati, caldi o freddi, in maniera talmente eccessiva da dover ricorrere ad abbigliamento supplemenatre oppure a frequenti “cambi d’aria”?) e forse ancor più nell'utilizzo migliore delle risorse alimentari (va bene l’attenzione alle deperibilità dei cibi ma è inaccettabile distruggere quotidianamente, nella sola Italia, 400 tonnellate di prodotti alimentari senza invece metter in campo semplici razionalizzazioni o sviluppi di alternative di facile praticabilità).

Ecco, quindi, che lo stesso “pericolo” insito in questa imponenete ‘crisi’ già schiude le “opportunità” che ci consentiranno di superare questa fase.

lunedì 10 novembre 2008

LA TEMPESTA

Ho estratto da alcune tabelle pubblicate sul sito de Il Sole 24 Ore domenica 9 novembre i dati che riporto di seguito.
Nell’ordine sono riportati la Piazza borsistica, il valore dell’indice al 7 novembre 2008, il Minimo negli ultimi 12 mesi, il Massimo negli ultimi 12 mesi, la Variazione % rispetto a 12 mesi fa.

Zurigo 6008 5347 8885 - 30.97
Londra 4364 3852 6565 - 31.64
Johannesburg 21195 20312 31288 -32.26
Francoforte 4938 4295 8076 - 36.68
New York 918 848 1515 - 37.74
Parigi 3469 3067 5750 - 38.96
Sydney 4006 3755 6738 - 40.45
Madrid 9343 7905 15945 - 41.02
Bruxelles 19166 16728 34835 - 44.98
Milano 1052 928 1917 - 45.13
Tokyo 8583 7162 16096 - 46.68
Singapore 1863 1600 3673 -49.27
Amsterdam 265 237 530 - 49.89
Hong Kong 14243 11015 29708 - 52.06

Ciascuna delle Borse prese in esame ha certamente “pagato” un tributo importante. Sembra quasi che – forse - siamo già oltre la fase più acuta della crisi finanziaria. Certo occorre ancora attendere gli effetti sul sistema delle imprese e, a seguire, sui privati. Non sono tra coloro che si aspettano approcci e soluzioni miracolistiche dal nuovo Presidente USA e, soprattutto, spero che non si verifichi alcun evento di straordinaria gravità (11 settembre, Sars, etc.) che rischierebbe di assestare un ulteriore terribile colpo al sistema globale.
In ogni caso, sono convinto che la crisi di questi mesi sia epocale. Essa chiude una fase, iniziata con la fine dell’Impero Sovietico, di liberismo spinto, a volte esasperato ed asagerato, che tuttavia ci ha donato un ciclo di spaventosa crescita globale e l’affermarsi di nuovi attori sulla scena economica (e politica) internazionale. La soluzione della crisi ci porterà verso un nuovo ciclo di crescita, forse meno imponente, ma magari più equilibrato e sostenibile.